Una raccolta di testimonianze sull’opera del Maesto Ernesto Lamagna.

Claudio Strinati
Soprintendente per i Beni Artistici e Storici di Roma

C'è latente, in queste immagini, quel culto appassionato per l'età barocca che contraddistingue da anni la ricerca del Maestro. Lamagna rivive in sé certi principi fondamentali della forma barocca, ma non ha alcun interesse a rievocare in modo diretto quelle forme. Si tratta piuttosto di una sorta di sintonia morale che funge per l'artista da orientamento ma non ne condiziona più di tanto la realizzazione finale dell'opera.

C'è in questa idea di rappresentazione un'implicita richiesta dell'artista, quella di guardare con immediatezza all'opera d'arte e non tanto alle nostre conoscenze di storia dell'arte, per vaste e ramificate che siano. E direi che proprio questo succede. Le figure degli angeli fanno l'effetto di una materia che si sia solidificata intorno al turbinio dell'idea che li ha generati. Una potente energia, insieme interna e esterna alla formulazione dell'immagine, sembra governare l'atto creativo, e questo sì secondo un criterio che rammenta l'impetuosità di certi artisti barocchi sottili e tormentati come il Mochi.

Le immagini si stagliano consumate da una specie di scavo interiore provocato da lame che scendono sotto all'apparenza delle cose.

Claudio StrinatiSoprintendente per i Beni Artistici e Storici di Roma
Susanna Paparatti
"Ecclesia"

L'universo poetico di Ernesto Lamagna è popolato di angeli. Hanno scandito la maturazione dello scultore lungo un itinerario barocco-futurista verso una classicità figurativa che si esprime nella capacità di coniugare la spiritualità dei temi con la fisicità della materia trattata, piegando la pietra e l'acciaio alla leggiadria della piuma, alla corposità dell'incarnato, al balenio del pensiero.

"Già fu proprio il movimento in sé che mi portò a fare una riflessione, accostando questa corrente al Barocco. Come il Futurismo, il Barocco ricercava nel movimento la sostanza dell'essere e quale figura poteva meglio accostarsi al dinamismo se non l'angelo?"

Il volo è un altro degli elementi tipici dell'opera del maestro: gli angeli sono tali anche perché dello spazio ne fanno dimora e non è caso fortuito, siano essi di ferro o in bronzo, che si sollevino magicamente da terra.

La casa-studio di Ernesto Lamagna si svela con una bellezza fascinante, anche qui il benvenuto lo danno loro, gli angeli, di resina, in bronzo, di ferro o dipinti. In mezzo a loro la scultura a grandezza naturale di un uomo seduto; la testa china fra le mani quasi a pensare l'incertezza del futuro.

La sua arte è vita, bellezza, uomo. Dio. Già, perché non esiste perfezione più sublime e bella dell'uomo inteso quale creazione divina, e come tale centro dell'universo.

Il Maestro ha voluto evidenziare che l'arte altro non può essere che una continua ricerca evolutiva verso quella perfezione che riporta l'uomo accanto a Dio.

Gioia, dolore, stupore, e mille altri sentimenti giungono al cuore ammirando quanto Lamagna ha creato e crea: "Certamente nelle mie sculture vi è l'amore per la materia, ma anche il desiderio, struggente e irraggiungibile, di scoprire ciò che è al di là — spiega —. Ogni artista, bene o male, con maggiori o minori capacità, in maniera più o meno consapevole, tende a raggiungere l'assoluto, l'equilibrio; vi sono momenti in cui ti sembra di esservi riuscito, ma dura un attimo, poi è come nella Cappella Sistina dove la mano dell'uomo e quella di Dio, da lontano, sembrano toccarsi, ma è un'illusione. Ecco, penso sia questa la condizione dell'artista, una meravigliosa condanna. Tutta la vita lui non può fare altro che tendere quella mano".

Susanna Paparatti"Ecclesia"
Felice di Molfetta
Vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano

Nel panorama dell'arte contemporanea e soprattutto nell'arte a servizio della liturgia, Lamagna è uno degli esponenti più geniali e più versatili. Vero mistagogo e agiografo insieme, il Maestro riveste la materia destinata al culto di quella perfetta assimilabilità, direi quasi popolare, sostanziandola di fede e vivificandola d'amore.

Lamagna, pur rifacendosi alla grande tradizione plastico-figurativa italiana, nell'ambito del sacro non si lascia irretire dai fantasmi del passato, né catturare dal retorico formalismo di facile effetto. Tutt'altro! Nelle sue opere palpita l'ostinata coerenza del suo impegno di credente e di artista, l'incredibile capacità di percorrere la dialettica delle emozioni in un intimo, fecondo dialogo, il talento eccezionale di parlare agli uomini della sua generazione coniugando insieme passato e presente, tradizione e avanguardia, novità e patrimonio accreditato da secoli.

Non basta evocare. L'opera deve provocare, attraverso l'eloquenza del suo codice, un'esperienza altamente emotiva e spirituale, sì da poter cogliere in essa l'incessante pulsare di una presenza tangibile e misteriosa.

Felice di MolfettaVescovo di Cerignola-Ascoli Satriano
Sandro Paparatti
"Osservatore Romano"

Fare un ritratto vuoi dire leggere nell'anima di un uomo, vuoi dire cogliere gli intimi lumi di una mente che affiorano alla sommità del suo volto: vuoi dire scendere dentro di lui, fino in fondo, scavare con il pensiero la carne per trarne fuori le qualità precipue più che dall'esterno dall'interno: vuoi dire, secondo noi, sapere intendere l'anima di un uomo che la sapienza antica afferma essere veramente proiettata sul volto!

Lamagna fa vibrare sotto il suo pollice la materia su cui lavora nervosamente per cercare il momento esatto da chiudere e da eternare, affinché il volto dell'Uomo appaia in tutta la sua bellezza spirituale.

Sandro Paparatti"Osservatore Romano"
Francesco Perfetti
Ordinario di Storia alla Università Luiss di Roma

Ernesto Lamagna, scultore, è anche disegnatore. E non poteva essere altrimenti: bravo come scultore è bravo come disegnatore. Per lui, come del resto per ogni vero artista, il disegno non è soltanto una scuola di disciplina, un esercizio calligrafico, uno strumento per mettere ordine in certi pensieri, per fissare sulla carta certe idee. È anche questo, naturalmente: lo schizzo, il bozzetto, l'appunto, lo studio finalizzato alla realizzazione di un'opera di scultura.

È per questo che i suoi disegni comunque realizzati (a matita, a penna, a china, a carboncino, a pastello) sono sempre freschi, piacevoli, godibili. È per questo, ancora, che essi non appaiono prigionieri di moduli tecnici e di scelte stilistiche prefissate: sono liberi, sciolti, diversi gli uni dagli altri, quasi a conferma che provengono da una illuminazione del momento, che sono frutto di fantasia (o, meglio, di intuizione) creatrice. Il che non toglie che essi obbediscano a precise regole, a precisi canoni di eleganza formale, di equilibrio, di finezza compositiva.

Francesco PerfettiOrdinario di Storia alla Università Luiss di Roma
Giovanni Fallani
Arcivescovo Emerito e Presidente della Pontificia Commissione per l'Arte Sacra in Italia

Lamagna pittore ha chiamato a protagonista del quadro e della visione la luce: una luce che inonda il dipinto e si muove a raggiera, incorniciando di uno splendore suggestivo il racconto.

Senza bisogno di definire troppo i volti, si ha la giusta sensazione che all'appello del Beato le madri siano spontaneamente venute. Non importa se questa o quella: è una madre che ha tra le braccia un bimbo e ha bisogno di essere ascoltata. La forma di anonimato le rende tutte immaginarie e reali a un tempo. Non abbiamo modo di pensare alla loro età, alla storia della loro tragedia.

L'opera del Lamagna è nel solco della buona tradizione: lo spazio pittorico ha una propria volumetria del colore. L'emergenza delle figure s'identifica con il piano di base, impostato come una espansione luminosa. Il richiamo a un tempo storico determinato è evitato.

Giovanni FallaniArcivescovo Emerito e Presidente della Pontificia Commissione per l'Arte Sacra in Italia
Vitaliano Tiberia
Presidente della Pontificia Accademia dei Virtuosi al Pantheon

L'opera di Lamagna, frutto di una riflessione religiosa sulla condizione dell'uomo contemporaneo, è emblematica di una sensibilità che, opponendosi all'attuale dimensione prometeica in cui l'uomo è costretto a derubare gli dei per riscaldarsi e morire subito dopo dilaniato, vede nella divinità il Padre che, per aiutare la sua creatura, gli pone accanto un'altra creatura fortissima ma incorporea.

La riflessione che Lamagna da anni dedica a questa figura muove dalle Scritture, ricapitola la sapienza medievale e l'amore per la vita dell'Umanesimo per approdare alle spettacolari rappresentazioni secentesche, che rendono comprensibili all'esterno il rigore severo ed esclusivo degli esercizi spirituali.

Il mistero non può essere svelato; lo scultore, pur essendone consapevole, lo ripropone perché è convinto che solo un atto di fede nell'impossibile del mito ci restituirà la speranza della profezia, riducendo la frattura fra passato e futuro causata dall'eterno presente del nostro tempo.

La figura angelica diventa così forma pura: anche se spogliata della sua sostanza conoscitiva mantiene intatta la sua capacità figurativa ed invia un messaggio universale. Ed è questo il punto di forza dell'Angelo di Lamagna: la conservazione di un'identità formale forte in un momento di quietismo estetico fondato sulla serialità consumistica. Ma l'Angelo di Lamagna è soprattutto il frutto del lavoro umano: con le sue forme quasi impalpabili ci ricorda che anche una figurazione eterea ed alata non può non passare attraverso il travaglio dell'artista per diventare, da materia informe, scultura.

Vitaliano TiberiaPresidente della Pontificia Accademia dei Virtuosi al Pantheon
Francesco Sisinni
Già Direttore Generale del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali

Sin dall'antico, rinviando la memoria alle Porte di Karnak, Luxor e Ninive, alle Porte Scee omeriche, come alle Porte dei Leoni micenee, la porta è monumento quasi sempre ornato negli stipiti e nelle ante, in cui la rappresentazione simbolico-estetica racconta storie e comunica messaggi. Varcarne la soglia è ansia di promessa, annuncio di profezia, impegno di conquista.

Ma è col Cristianesimo che la Porta assume significato trascendente, un significato che trova fondamento nelle Sacre Scritture: la Genesi, i Vangeli di Giovanni, Luca e Matteo e l'Apocalisse: "Io sono la porta" dice Cristo nel Vangelo giovanneo. La Porta così diviene Santa e si fa archetipo dell'Anno Santo: "aperite mihi portas justitiae".

È col Giubileo del 1500 e l'invocazione, per misterioso disegno, è del Papa più discusso della storia, Alessandro VI. Attraversare la porta è dunque varcare la soglia della speranza, iniziare il cammino della salvezza. Essa è la Porta del Bello, giacché introduce a Dio, che si disvela Bellezza, che è Verità e Bene.

La Porta di Lamagna nella Chiesa di San Vito dei Normanni è pregevole segno di tensione escatologica.

Francesco SisinniGià Direttore Generale del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali

Altre testimonianze

Introduzione al volume "Ora Nona"
di Claudio Strinati
Soprintendente Speciale per il Polo Museale Romano

Scultore appassionato e sensibile. Ernesto Lamagna è un maestro autentico che vive nella sua esperienza, in costante lotta con una materia che sembra sempre il risultato di un'ardua sfida costantemente rinnovantesi e costantemente vinta, la grande questione della dialettica tra Tradizione e Modernità, due termini verso i quali Lamagna nutre lo stesso profondo rispetto e lo stesso inestinguibile affetto.

Lamagna rientra in quella categoria di artisti che non possono creare se non in preda a un formidabile impulso emotivo e sentimentale. Assume su di sé un tema, un argomento, come se dovesse estrarne ogni possibile implicazione. Il dominio della tecnica, che in lui è ferreo, è solo uno degli strumenti con cui si avvicina alla formulazione dell'opera compiuta. C'è, anzi, un'altra interessante categoria di artisti, in tal senso, in cui Lamagna deve essere collocato, ed è quella degli artisti che sanno sempre e comunque quando l'opera che stanno creando è "finita". Non è una questione da poco rispetto al tema della Modernità.

Sovente l'idea del "moderno" è un escamotage per cavarsela da quel punto di vista, cioè dal punto di vista della finitezza dell'opera. Sono passati oltre quarant'anni da quando teorici consapevoli e raffinati, primo fra tutti Umberto Eco, si misuravano, alcuni con somma intelligenza altri con sconfortante banalità, sull'argomento dell'"opera aperta", dell'opera d'arte, cioè, non chiusa in sé ma, pur compiuta, aperta a ulteriori e successive implicazioni, intendendosi un tale aspetto quale quintessenza, appunto, del "moderno".

E l'argomento non è di poco conto, anzi è molto serio. Ma è logico che ci si può facilmente scherzare sopra, riducendo la questione, filosoficamente ed esteticamente rilevante, a una giustificazione facile e indiscutibile per poter fare qualunque sciocchezza in campo artistico, senza provare poi alcun rimorso per la propria incapacità.

Se si esamina il cospicuo corpus dell'opera di Lamagna si vede bene come il maestro abbia la chiara attitudine a lasciare intatta entro l'opera tutta quella carica emotiva che mantiene il suo lavoro sulla soglia della sospensione della Vita stessa. Ma Lamagna sa anche consapevolmente chiudere la stesura nel punto in cui la forma realizzata lo è effettivamente e l'opera non è ulteriormente perfettibile.

Questa attitudine, spontanea e nel contempo coltivata, ha portato Lamagna a osare molto sul piano della forma e dei contenuti, perché egli è conscio della sua energia creativa che non ammette di essere compressa nella regola classica ma sa dettare le proprie regole.

Affronta, così, il tema sacro e quello profano con lo stesso sacrale rispetto per l'opera d'arte in sé e questa mostra, che annovera opere insigni del maestro, dà l'esatta misura della sua capacità, della freschezza della sua ispirazione, della bellezza delle sue cose, mai ridondanti o esornative ma sempre intimamente pensate e fortemente formulate.

Lamagna ha affrontato e vissuto il dramma della Scultura nel nostro tempo perché non c'è dubbio che, essendo la Scultura l'arte che maggiormente gareggia con la vita, in ogni epoca, è l'arte forse più massacrata dal nostro tempo che rifiuta questo tipo di approccio con l'arte in sé. Di questo massacro Lamagna è consapevole e tutta la sua opera è una risposta energica e fiduciosa alla questione. Non rinunciare a se stessi ma affrontare orgogliosamente le sfide della nostra epoca, sembra questa la lezione sostanziale che Lamagna ha affidato alle sue opere e ai suoi numerosi allievi che hanno verso il maestro quella devozione e quell'affetto che sono forse la migliore garanzia della bontà del suo lavoro.

Claudio StrinatiSoprintendente Speciale per il Polo Museale Romano
Il grido dell'ora nona
di Angelo Passaro
Docente di Sacra Scrittura nella Facoltà teologica di Sicilia e Palermo

Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ...Gesù, dando un forte grido, spirò. (Mc 15,33-34.37)

Con la concisione che lo caratterizza, l'evangelista Marco presenta il vertice del suo vangelo, il punto zenitale dell'itinerario a cui l'evangelo intende condurre ogni uomo. Il tono apocalittico (cf. l'oscurità che copre la terra) del brano non attenua la forza del grido di Gesù che riprende l'inizio del Sal 22, una bellissima preghiera di fiducia!

L'esegesi suggerisce di intendere l'espressione «dando un forte grido» del v. 37 come una ripresa dello stesso grido di cui si parla al v. 34; in altri termini, secondo Marco, il grido di Gesù non sarebbe un grido senza parole, ma un grido formulato (come Luca, dunque un solo grido, ma parole diverse: «Padre nelle tue mani consegno il mio spirito»; 23,46; diversamente Matteo che parla di due grida di Gesù: «E Gesù, emettendo di nuovo un alto grido, spirò»; 27,50).

Nel suo grido, di fronte alla morte violenta, Gesù non ripete l'invocazione del salmista «Non abbandonarmi Dio della mia salvezza» (Sal 27,9; ecc.), ma constata che Dio lo abbandona nelle mani dei nemici, ad una morte ignominiosa, oggetto del ludibrio dei beffardi (cf. Mt 27,43: «Ha confidato in Dio; lo liberi ora, se gli vuole bene»).

Accanto a questa evidenza ne è custodita però un'altra: Gesù grida il suo sentirsi abbandonato ma in forma di dialogo «Dio mio», di fatto affermando la certa speranza che il suo Dio è presente e operante, nonostante le apparenze suggeriscano il contrario.

Il paradosso non può essere più terribile: l'esperienza di abbandono è al contempo affermata e negata!

Ma questo paradosso rivela il mistero di una relazione che permane, di una fede ostinata che si ferma alle soglie di una domanda: «perché?». Gesù ha così attraversato il silenzio di Dio e la morte confidando in un mistero che rimane sempre problema.

L'opera di Ernesto Lamagna, carica di accentuazione patetica non solo nella finitezza di dettaglio e nella sottigliezza dell'esecuzione, lascia stupiti, interdetti, forse anche sconcertati. Eppure assume e ri-consegna allo spettatore-interlocutore la profondità e la fecondità di questo paradosso che si staglia davanti ad ogni uomo. Lamagna ha colto quella sfumatura del testo evangelico in cui Gesù, per la prima e unica volta nei vangeli, chiama Jhwh non Padre ma Dio, come se in questa esperienza suprema con Lui ci fosse ogni creatura.

Perciò il grido del crocifisso è il grido di solidarietà con l'umano, che giudica l'esistere umano lasciandosi da questo giudicare.

Nella figura del Cristo, impressa nel bronzo da Lamagna, l'onnipotenza eterna di Dio partecipa della povera terrestrità, non è indifferente e distante dalla realtà della sofferenza nella vicenda umana. Lamagna cerca una salvezza che non vada oltre, indifferente, la realtà della sofferenza.

La sua opera è il tentativo di attraversare il cammino doloroso della croce contemplando e ascoltando il grido dell'ora nona, quello che si fa carico di quell'ultimità che è perdere la vita eppure resiste nell'invocazione, facendo della speranza il suo orizzonte ultimo. La tragica serenità che emanano la scultura e il disegno di Lamagna rimanda a Cristo come all'unico che dà un approdo di senso e di pienezza all'inesorabile, insostenibile e spesso infinita delusione del vivere quotidiano.

Infatti, la forza del dolore di Gesù è affidata soprattutto all'espressione e allo sguardo, in un coinvolgente dialogo diretto con lo spettatore-interlocutore. Gli occhi chiusi del Cristo che grida al Padre, chiedono a chi alza lo sguardo verso di Lui, di vedere ciò che Egli ora sta vedendo, di consegnare, nella sua invocazione, l'estremo dolore e la suprema dignità della finitezza umana alla cura di un Dio che da sempre custodisce l'esistenza umana (cf. Sap 19,22: «In tutti i modi, o Signore, hai magnificato e reso glorioso il tuo popolo e non l'hai trascurato, assistendolo in ogni tempo e in ogni luogo»; anche Es 2,22-25).

Il coinvolgimento nella rappresentazione dei sentimenti, il pathos inusitato che la scultura impone, rivelando tutta l'indifesa amarezza del Cristo, non fanno velo al significato del momento fissato per sempre in una sequenza che conferisce valenza narrativa all'immagine, rendendola di fatto una icona, perché riattualizza il mistero dell'origine, quello cioè di «una parola iniziale che non fu per comunicare, per partecipare; fu espressione di meraviglia, di stupore: stupore davanti all'esserci, al proprio esserci: Dio altro da Dio» (V. Vitiello).

Lamagna pone così una interrogazione teologica: nella potenza debole della croce, Dio adempie alla sua promessa? La risposta è certo nella provocazione, eppure va continuamente e nuovamente cercata, in una relazione significata con il Cristo crocifisso, che non sfugge le domande, ma le ricolloca in una prospettiva che è l'unico, autentico fondamento possibile per la fede.

Nella riflessione di Lamagna, consegnata nel suo crocifisso bronzeo, il grido di Gesù è infatti il vagito prepotente della nuova creazione che irrompe dalla sua morte, capace di rompere il velo del tempio (cf. Mc 15,35), ciò che rendeva Dio inaccessibile all'uomo; ora, per questo grido, l'uomo ha libero accesso a quel Dio che gli si è donato. La profondità dello squarcio sulle spalle del crocifisso, che si coniuga mirabilmente con l'intensità del grido, indica, in maniera inequivocabile la novità e la possibilità di un esodo offerto ad ogni uomo che trova il coraggio di alzare lo sguardo verso Colui «che non ha bellezza per attirare i nostri sguardi» (Is 53,2) eppure ri-consegna quella vocazione che ri-colloca ogni uomo nella sua identità più vera: non più servo, ma figlio.

Così di fronte all'abisso kenotico del crocifisso non si patisce delusione né si sfiora disperazione; chi incrocia il suo volto sa di non trovarsi di fronte ad una feconda ipotesi speculativa, ma davanti all'invito a fare propria, in una respons-abilità credente, la risposta del Figlio al Padre, di dover nella fede «rispettare e amare anche ciò che è diverso, estraneo, perché la fede non domina il mondo» (S. Quinzio), ma anzi nel mondo assume e si confronta, nel segno del crocifisso, con il paradosso di una impotente debolezza nella quale si rivela la potentia obœdentialis dell'uomo davanti alla verità della sua vita: alle spalle la vita che fugge, davanti un Dio che non ha mai visto, al quale tuttavia si consegna e si affida come al suo Dio.

Angelo PassaroDocente di Sacra Scrittura nella Facoltà teologica di Sicilia e Palermo
Direttore del Centro di Studi Biblici "Bet Hokmâ" di Mazzarino (CL)
Direttore di "Rivista Biblica" (trimestrale dell'Associazione Biblica Italiana)
La spazialità luministica di Ernesto Lamagna
di Floriano De Santi
Segretario Generale Ente Quadriennale d'Arte di Roma

Malgrado l'estendersi dei caratteri dell'opulenza e della materialità a livello planetario, o forse magari per questo, pare ormai risorto rigogliosamente quel sentimento dello spirituale che intanto ci si manifesta in nuove affermazioni di religiosità: un'ideologia, certo, ma anche concrete esercitazioni di riflessione sul trascendente che offrono carne e sostanza e materia a inedite espressioni d'arte. Per questo non stupisce che artisti contemporanei tornino all'impegno di arricchire e decorare cattedrali e luoghi di culto.

Ciò a scapito del fatto che siano pure cambiate le particolarità di un'arte così detta sacra. È anche il caso di Ernesto Lamagna chiamato a lavorare due porte per Santa Maria della Vittoria a San Vito dei Normanni: un modo per ripensare la propria dimensione interiore, ma anche per ritrovare tracce artigianali ed espressive (quelle del bassorilievo in bronzo), messe sulla Stimmung di un pensare astrattivo e moderno.

Quanto sia pertinente l'interpretazione del campo spaziale in Lamagna è riscontrabile, in effetti, nella Porta del Giubileo e nella Porta Santa. Le improvvise depressioni, le lancettate nel fondo, le schiacciature delle pieghe, che nei disegni preparatori sembrano potersi giustificare razionalmente per il fatto stesso di fingere un volume su una superficie, e dunque come medium tecnico volto ad una certa determinata impressione illusiva, si trovano anche in questi bassorilievi.

Basterebbero le crespe del pannello dell'Angelo dell'Apocalisse nella Porta Santa — con l'ombra densa e stivata, come nel solco di un niello, che le leggerissime sfaldature plastiche si lasciano a margine del bronzo — per convincersi che il segno di contorno dell'immagine dà la contrazione spaziale che raccorcia i vuoti, i quali appaiono sempre lievemente colmati, allo stesso modo che comprime i pieni. Nei rilievi brindisini la spazialità non è più una conquista o un'affermazione, ma un apice. Pure se esaminiamo meglio la qualità del luminismo lamagnano (specie se lo mettiamo idealmente a confronto con quello di un Fazzini o di un Mastroianni), ci accorgeremo che esso in sostanza si fonda, come su una premessa e un sostegno, sull'air ambiant che occupa da sempre, come massimo problema, la ricerca plastica dell'artista.

Anche nei lavori appena menzionati continua — ed è anzi la loro, diciamo così, condizione stilistica — quella comunione universale e fremente con le cose e col mondo, che fu scoperta nei capolavori del trecento italiano: lo spazio ha ceduto la sua agglomerazione architettonica, per frazionarsi infinitamente come un cristallo frantumato, provocando così, per le sue strutture rese labili, volanti, improvvise, un dramma di luce ed ombra che diventa protagonista al posto di quella che fu una compatta massa spaziale.

Qualcosa del genere avveniva, infatti, nella violenza tragica dei pulpiti di Giovanni Pisano con quelle loro composizioni accostate che conturbano come, senza i dovuti trapassi, i voli pindarici. Ma in Lamagna questa suggestiva e promiscua visione, ora frontale ora avvolgente, è funzione dello stesso campo spaziale che investe l'immagine. Non è la sua scultura a tutto tondo differente da quella dei bassorilievi, qualcosa che si possa toccare, che abbia lo spessore, i volumi, la situazione della cosa viva.

Ma ugualmente viene e si concreta con l'uso, vorrei dire, del finitorium o del definitore (per la costruzione e la verifica dell'intersezione della piramide visiva) che genera e in cui si espande, né più né meno del bassorilievo: la sua continuità rotatoria non è che uno svolgersi della cifra figurativa per visioni successive nel continuum del suo spazio proprio, e perciò solo in apparenza differisce dall'immagine che il disegno fa sorgere entro la carta.

È per questo che, un simile sfumato di piani — soprattutto nelle formelle del Cristo sulla Croce e del Cristo risorto nella Porta del Giubileo, e quelle della Madonna che scaccia il Maligno e del Cavaliere della Morte nella Porta Santa — non è complementare della linea, non è esegetico; poi, entro lo sfumato, il racconto figurativo s'aggrega e si plasma come au ralenti. Sembra di assistere, guardando queste opere bronzee di Lamagna, al formarsi degli occhi, delle labbra, delle dita: lentamente emergono dalla trepida bruma che affiora non già sul metallo, ma come ad uno schermo in trasparenza.

Non solo la figura genera la sua spazialità, ma questo processo è ormai così mentalmente posseduto che addirittura è la precostituita spazialità qui che genera la figura: una spazialità diffusa, simbiosi di ombra e di luce. Su tali forme nascenti calano allora, ad un tratto, come dei grandi fendenti, larghi e taglienti, che squarciano le tenere nuances vaganti, le obbligano al tempo stesso a coagulare, come un ricordo lontano della patina e della materia del bronzo.

Floriano De SantiSegretario Generale Ente Quadriennale d'Arte di Roma
Prefazione al volume "Le Porte della Pontificia Basilica di San Vito dei Normanni"
di Paul Poupard
Cardinale Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

Con grande gioia ho accolto l'invito a presentare questo volume, che illustra l'opera scultorea del Maestro Ernesto Lamagna, Membro Ordinario della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, realizzata per i portali della Basilica di Santa Maria della Vittoria in San Vito dei Normanni. Il Santo Padre Giovanni Paolo II, nella Bolla di Indizione del Grande Giubileo del 2000, la Incarnationis Mysterium, parlando del segno della Porta Santa afferma: "Al pellegrinaggio si accompagna il segno della Porta Santa. Essa evoca il passaggio che ogni cristiano è chiamato a compiere dal peccato alla grazia...

L'indicazione della porta richiama la responsabilità di ogni credente ad attraversarne la soglia. Passare per quella porta significa confessare che Gesù Cristo è il Signore, rinvigorendo la fede in lui per vivere la vita nuova che Egli ci ha donato. È una decisione che suppone la libertà di scegliere ed insieme il coraggio di lasciare qualcosa, sapendo che si acquista la vita divina" (IM, n. 8).

Nelle chiese cristiane, pensiamo ad esempio alle abbazie romaniche o alle grandi cattedrali gotiche, il portale è elemento centrale di tutto l'edificio, luogo e momento altamente simbolico, annuncio della realtà che il fedele incontrerà all'interno della stessa chiesa e vivrà attraverso la liturgia: l'incontro con Cristo morto e risorto, salvatore dell'uomo, che nel pellegrinaggio terreno lo chiama alla partecipazione piena della sua vita divina. Purtroppo questo profondo messaggio, collegato al segno della porta, è andato scomparendo, mentre si è trasformato l'ingresso della chiesa in un accesso del tutto insignificante sia dal punto di vista religioso che artistico. Ed è perciò davvero significativa l'opera intrapresa dall'Arciprete Don Antonio Rosato, di dotare di due splendidi portali, la Porta del Giubileo e la Porta Santa, la Basilica di Santa Maria della Vittoria in San Vito dei Normanni.

A realizzare quest'opera è stato chiamato il Maestro Ernesto Lamagna, che con grande capacità artistica, non disgiunta da un profondo sentire cristiano, ha concepito i due portali come momento di grande riflessione e responsabilità per il cristiano che ne varca la soglia. La porta centrale, detta del Giubileo, presenta il mistero di Cristo morto e risorto. La scena della crocifissione è concepita come momento di rivelazione di Dio Trinità: il velo del tempio si squarcia per rivelare il Dio della vita e della misericordia. A Lui si rivolgono i miseri della terra per essere accolti come veri figli. La tomba vuota è, poi, segno della resurrezione di Cristo, ma anche annuncio della resurrezione di tutti coloro che sperano e si affidano alla misericordia e alla bontà paterna di Dio.

La Porta del Giubileo, dunque, annuncia Cristo, vero salvatore dell'uomo, morto e risorto per la salvezza dell'uomo, di tutto l'uomo e di tutti gli uomini. La porta laterale, la Porta Santa, alterna motivi storici a motivi teologici. In essa vediamo una scena che si riferisce alla battaglia di Lepanto, che segnò la vittoria sui mori. Alcuni superstiti di San Vito dei Normanni vollero ringraziare la Vergine con la costruzione della Basilica dedicata, appunto, a Santa Maria della Vittoria. Maria con il Bambino è, dunque, raffigurata in un altro pannello della Porta Santa, mentre schiaccia il demonio sotto i suoi piedi. La porta, inoltre, è concepita come immagine di quella lotta fra bene e male, vita e morte che percorre tutta la storia dell'uomo.

Troviamo, così, il Cavaliere della Morte che semina lutti e l'Angelo della Vittoria che suona la tromba della vittoria, del giudizio di Dio che segna la sconfitta definitiva del male e della morte. Non si può passare indifferenti davanti a questi portali. Le figure, altamente espressive ed evocative, inducono a pensare, a meditare, a soffermarsi sui misteri della vita, ma soprattutto a contemplare, con Maria, le meraviglie compiute dalla bontà di Dio, che in Cristo morto e risorto ci ha riaperto le porte della sua casa per farci partecipi del suo amore, della sua luce, della bellezza del suo volto, che luminoso risplende nel giorno senza tramonto.

Paul PoupardCardinale Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura
La Filocalia dell'Arte Sacra
di Felice di Molfetta
Vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano

"Hoc opus completum est in regia urbe Costantinopolis adiubante domino Pantaleone qui eas fieri iussit anno ab incarnatione Domini millesimo septuagesimo sexto"

Questa epigrafe, incisa sulla parte inferiore della valva destra di una delle porte bronzee del santuario garganico, racchiude uno splendido capitolo di storia della fede e dell'arte, scritto in un contesto geografico anch'esso assai significativo e gravido di memoria: la regia città di Costantinopoli. Si tratta di un certo Pantaleone di Amalfi, dominus opulento e pio, che dopo aver fatto dono di altre porte a Roma, a Montecassino e ad Atrani (paese vicino ad Amalfi), offre nel 1076 alla Basilica dell'Arcangelo Michele tam pulchrum laborem, "un così bel lavoro" da essere ricordato e tramandato nel tempo per la sua bellezza. Di questo, Pantaleone ha vivida coscienza, tant'è che lo stesso munifico donatore, rivolgendosi ai rettori del santuario, così li supplica e discretamente li scongiura:

"Rogo et adiuro vos rectores Sancti Michaelis ut semel in anno detergere faciatis has portas sicut nos nunc ostendere fecimus ut sint semper lucidae et clarae"

Un esempio, quello di Pantaleone, di munificenza e magnificenza: inscindibile binomio che ha guidato e retto la storia della pietà, la storia bimillenaria della Chiesa nell'itinerario della bellezza, come canto di lode all'eterna e increata Bellezza.

L'attenzione al gratuito, munus da offrire all'Altissimo, e al pulchrum, visione da contemplare nella verace magnificenza delle forme non si è estinta né inaridita tra la nostra gente. La corrente calda proveniente da Amalfi, Monte Sant'Angelo, Troia, Trani... ha felicemente raggiunto San Vito dei Normanni vicino a Brindisi là dove un peritus sculpendo è stato chiamato a modellare due porte di bronzo, annoverate già tra le Porte del Bello. Intendiamo parlare di una comunità parrocchiale, quella di Santa Maria della Vittoria e di uno scultore, maestro e cantore del Bello, Ernesto Lamagna: ambedue animati da una sensibilità non comune e da un amore grande alla paradosis, come tradizione da trasmettere e da far rivivere, in linea di continuità nella novità. Le due porte che ornano la Basilica di Santa Maria della Vittoria, nascono in una stagione felice circa la riflessione teologica sull'estetica.

Dopo il tramonto dei grandi racconti teologici e delle pretenziose filosofie della prassi si va onorevolmente imponendo una sintesi nuova di queste due dimensioni lungo la via della bellezza. Il tempo che si annuncia — lo crediamo fermamente — sarà infatti quello di una ritrovata filocalia, di un amore della bellezza capace di farne riconoscere il volto nel Signore Crocifisso-Risorto, vera porta della bellezza che libera il frammento e lo redime per l'eternità. Anche se dobbiamo coraggiosamente ammettere che da un lato la bellezza è stata rapita e rinchiusa nelle sfere di una filosofia idealista, dall'altro lato nei manuali di una semi-scolastica è stata fossilizzata nelle categorie del riflesso.

Per questo, l'arte moderna e contemporanea ha spesso rigettato la bellezza come categoria idealista romanticista e siamo testimoni di intere correnti dell'arte moderna che non aspirano affatto alla bellezza, anzi. Sulla scia di una ribellione alla cultura intellettualista, una cultura della forma rigida, forzatamente propagandata, sono sorte le correnti artistiche della ribellione e dell'affermazione del soggetto di fronte agli accademismi spersonalizzanti. Si sono creati linguaggi soggettivi, idolatrando l'originalità come una specifica forma di espressione di essere e di linguaggio e giungendo così all'incomunicabilità. E quando nell'arte si spegne la comunicazione, si spegne l'arte stessa o diventa desacralizzante, addirittura disumanizzante, spogliata, cruda, artefatta.

Eppure l'umanità urge di bellezza oltre l'effimero per dirigersi alla contemplazione delle realtà superne. Di questo anelito profondo e di questo bisogno vitale si son fatti interpreti la Chiesa con il suo magistero ultimo e quanti hanno fatto dell'arte uno strumento della nuova evangelizzazione. Tra questi, senza tema di smentita, c'è Ernesto Lamagna, un artista nel senso medievale del termine che cerca di esprimere ciò che sente dentro, divenendo un eccellente comunicatore di quei valori alti e supremi di cui tutti abbiamo bisogno e che egli, possedendoli, riesce efficacemente a trasmettere. Nelle sue opere, prevalentemente create per il culto, c'è una sorgiva bellezza che parla e soggioga. Senza mai indulgere ad espedienti manieristici di stampo nostalgico e senza carica interiore, le sue opere sono frutto di una forza che non gli appartiene, ma che viene da un altrove, cioè da Colui che della bellezza è il principio e la scaturigine.

Se nel Lamagna l'arte del bello è un carisma, esso comunque non è mai disgiunto da un impegno generoso e da una passione personale. Il suo ministero di artista è infatti frutto di dura fatica, di chi ha davvero la consuetudine, meglio l'habitus di lavoro, quasi di bottega, che gli permette di trattare e plasmare la materia con la vigorosa e signorile celerità di un pollice creatore e di indossare con naturale umiltà la casacca degli operai. Standogli a fianco e guardando i tanti disegni preparatori ad un'opera commissionatagli, si può cogliere la metodica serietà con cui lavora e par di stare a scuola dello stupore.

Le sue opere sono drappi leggeri che aderiscono allo spirito che le informa rivelando l'immanenza di un pathos divino e poetico, capace di suscitare una professio fidei e consegnare un testamentum vitae. Grazie alla sua perizia e al suo animo caldamente dotato, Lamagna ci fa incontrare Dio attraverso il fascino e la nostalgia della bellezza che come fiume straripano dai suoi lavori, collocandosi sotto il profilo meramente artistico all'interno di quella stagione felice della scultura del '900 che Maurizio Calvesi ha definito la linea italiana.

Sullo sfondo dell'umile ritorno all'umano-divino dell'arte, scrutato nel linguaggio figurativo del passato, ma soprattutto ascoltato e costruito nel più intimo della propria coscienza e sensibilità, emerge la personalità di Lamagna nelle sue porte di bronzo per la menzionata Basilica di Santa Maria della Vittoria in San Vito dei Normanni vicino a Brindisi, là dove le forme prodigiosamente sottratte dalla finitudine della materia cantano i magnalia Dei.

In ambedue le porte — la Porta Santa e la Porta del Giubileo — grazie alla indiscussa perizia del Maestro Lamagna, si coglie la realizzazione piena di un incontro fecondo tra la tradizione e la modernità, tra l'eterno e il drammaticamente temporaneo, tra liturgia e devozione in un dettato scultoreo di rara e immediata suggestione comunicativa. Le due porte non sono qui soltanto due ingressi. Esse sono invece due grandi pagine di quell'atlante iconografico (M. Chagall) che è la Bibbia, e che il Maestro ha inteso offrire alla lettura e alla stupita contemplazione dei fedeli nell'atto in cui si accingono a varcare la soglia del paradiso. Perché tutte aprono la via e conducono all'incontro nuziale con Dio, nostra festa senza fine. Data la sua funzione, la porta è assunta come segno rilevante ed è un elemento sacrale di primaria importanza nel complesso processo di simbolizzazione.

La sua natura di varco tra il mondo umano e il mondo divino dà infatti ad essa una rilevanza grave e solenne facendola assurgere, come attesta la nostra tradizione meridionale, a valore di icona culturale e cultuale. Di questa altissima funzione si è fatto interprete qualificato Lamagna che con la sua cultura e con la sua fede ha fatto delle due porte un Manifesto dichiarativo della identità di un popolo e della sua fede. Le due porte di San Vito dei Normanni infatti assolvono la funzione di araldo che pro-voca vicini e lontani a una salutare riflessione, seduce con il suo intrinseco fascino quanti l'ammirano, propone un annuncio di chiaro sapore cherigmatico.

Nella porta piccola, detta Porta Santa, il corredo simbolico e iconografico messo in atto dall'Artista evidenzia a chiare lettere la natura e la finalità dell'edificio basilicale, eretto dai padri per celebrare il trionfo della Vittoria di Lepanto, ottenuto grazie alla materna intercessione di Maria. I quattro pannelli infatti, pur incalzati dall'esigenza del racconto e dalla intelligibilità dei segni, proclamano, attraverso un voluto impianto chiastico, la vittoria della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, quale annunzio pasquale da far riecheggiare agli uomini di oggi e di domani. In tal senso, il racconto storico diventa pretesto per una narrazione meta-storica.

Ad offrirci la chiave di lettura è la Scrittura che l'Artista dimostra di conoscere bene, e precisamente il libro dell'Apocalisse. Da esso attinge la laida figura della morte, assisa su un rabbioso e minaccioso cavallo nell'atto di spargere timore e paura tra gli uomini. Ad esso corrisponde un etereo, diafano angelo annunziante la vittoria con squilli di tromba, le cui note sembrano scuotere persino le abissali porte infernali.

Ancora: l'Artista, con fine sensibilità umana si cala nella storia e ce la descrive con due toccanti immagini: il soldato morente travolto dai marosi della tempesta e una muliebre figura materna, spirante sicurezza e tenerezza per il figlio ad essa abbracciato, nell'atto di schiacciare l'infernale, orrido nemico. In questa altissima raffigurazione simbolico-biblica, la materia sembra dissolvere la rappresentazione per farci accedere al mondo del mistero e della interiorità. Viene esclusa ogni distrazione e incertezza, dispersione e ambiguità, da parte dell'Artista, per dare spazio allo slancio di un percorso lineare e lirico, drammatico e seducente insieme.

Nella seconda Porta (la grande), detta del Giubileo, il Maestro Lamagna ci consegna una intensa meditatio mortis descrittaci alla luce del cherigma pasquale, facendo così assurgere la porta, ancora una volta, ad altissimo valore iconico: essa è là come segno di Cristo, conformemente al dettato evangelico, per cui l'arte elabora di-segni atti ad indicare il visibile storico e l'ineffabile divino che lo sostanzia. L'arte infatti non ripete le cose visibili — come amava pensare Paul Klee — ma rende visibile ciò che spesso non lo è.

E se la morte del Bello è conseguenziale alla morte di Dio, in questa seconda porta, la Pasqua di Cristo diventa deflagrazione cosmica del Bello. Le due valve di questa porta del giubileo sono di una estrema e vigorosa essenzialità mista a una scandita eleganza che unifica i quattro pannelli, che sono a loro volta quasi inchiodati sulla lastra di bronzo, espressione tangibile di una convivenza col passato da parte dell'Artista e della sua naturale sicurezza di distaccarsene. Come la Pasqua, mistero antico e nuovo: antico l'evento, nuovo il senso. Anche qui si impone una lettura chiastica, con il suo dichiarato movimento che va dall'alto verso il basso e dal basso verso l'alto, in vista di un messaggio teologico, carico di rilevante valore simbolico.

L'albero della croce, che si erge libero e svettante sull'antico teschio di Adamo e su cui è affisso Cristo, nuovo Adamo, sembra squarciare i cieli, frantumando la materia dell'antico caos, permette ai miseri, ai derelitti e agli esclusi di accedere alle porte del Regno. La morte di Cristo squarciando il velo del tempio introduce la carovana degli stanchi e degli sfiduciati, dei relitti e degli ultimi dell'umanità rendendoli partecipi della mensa del cielo, nel regno di Dio. La porta, in tal senso, se aperta indica la possibilità offerta all'uomo di accedere all'intimità con Dio, evidenziando la sua generosa accoglienza. Se chiusa, esprime l'idea di proteggere chi è dentro.

A cadenzare questa movenza processionale dei miseri verso il cielo sono le mirofore, le donne del primo giorno dopo il sabato, le donne innamorate del Bel Pastore, giacente sul sepolcro dopo la fatica della morte. Sono esse a risvegliare l'aurora e ad annunciarci con i loro balsami e profumi la fragranza del nuovo evento: la risurrezione di Gesù. I due pannelli, dialetticamente contrapposti ma dinamicamente complementari, ancora una volta raccontano l'avventura drammatica ed esaltante del "Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus".

Un flusso erompente di vitalità commossa si scatena dall'icona del Cristo Risorto colto dal Maestro nel suo gesto vittorioso e liberatorio dagli avviluppamenti della materia ed espresso da quell'indice puntato verso il cielo ma non disdegnando di tendere l'altra mano verso l'umanità da condurre nella terra dei viventi. Tutta la creazione, qui rappresentata dalla materia, freme e sussulta di gioia, vibra e risuona del peana pasquale intonato per noi da Colui che ha vinto la morte e ha fatto trionfare la vita.

A raccordare gli eventi fondativi di questa storia umana e divina sono le colombe le quali, poste in posizione baricentrica e non soltanto funzionale, sembrano annunciare la primavera pasquale con il loro agile e dolce volteggiare. Sono esse a spalancarci le porte e ad introdurci nel luogo in cui si compie l'epifania del mistero pasquale, sotto l'azione costante e sicura dello Spirito.

Ernesto Lamagna, che ha sempre guardato al passato, alla densità figurativa dell'antico che trova nel marmo come nel bronzo il suo mezzo di elezione, anche in queste opere di San Vito dei Normanni non rinuncia a una personale interpretazione del reale e a una trasfigurazione della materia, al fine di rendere più immediatamente recepibili i valori profondi insiti in quelle forme. Assertore convinto del valore autenticamente universale della bellezza, che trova nell'arte sacra cristiana la sua piena legittimazione, Lamagna se ne fa dispensatore e cantore. Per lui, la bellezza è un cibo indispensabile capace di nutrire ogni antropologia, e di appagare ogni sentimento nobile dell'anima. Per lui come per ogni artista vale il pensiero di un poeta cinese del VII sec. a.C., Kuan Tseu che così recita:

"Seminando una volta grano, raccoglierai una volta. Piantando un albero, raccoglierai dieci volte. Diffondendo bellezza, raccoglierai cento volte."

E così auguro.

Felice di MolfettaVescovo di Cerignola-Ascoli Satriano
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