In quest’opera, l’angelo di Ernesto Lamagna sembra emergere dalla materia stessa, come se la pietra e il bronzo si aprissero per liberare un corpo che anela alla luce. La figura, sospesa e vibrante, si protende con le braccia spalancate, quasi a cercare un abbraccio che trascenda i confini della materia.
Il contrasto tra la base geometrica, rigorosa e immobile, e la vitalità del corpo bronzeo, spezzato e drammatico, genera un dialogo intenso: da un lato la durezza del limite, dall’altro la forza del gesto che lo supera. È un’ascensione irresistibile, che fa dell’angelo una creatura simbolica, emblema della tensione costante tra radicamento terreno e slancio verso l’infinito.
Lamagna, fedele al suo linguaggio in cui spiritualità e dolore si intrecciano, ci consegna qui un’opera che celebra l’angelo come immagine irriducibilmente proiettata verso l’oltre. Una metafora della condizione umana che, pur segnata dal limite, continua a cercare la trascendenza.




