Armiamoci e partite

Il titolo “Armiamoci e partite” — celebre paradosso coniato da Giorgio Gaber per smascherare la retorica di chi incita alla guerra restando al sicuro — chiarisce definitivamente il senso di quest’opera, spostandola da una possibile lettura puramente rituale o carnevalesca verso una satira politica pungente, in cui Pulcinella diventa maschera dell’ipocrisia bellicista.

Il coltello levato nella mano macchiata di rosso non è più, alla luce del titolo, solo gesto di violenza rituale legato al travestimento carnevalesco, ma diventa emblema dell’arma brandita da chi esorta altri al sacrificio senza esporsi in prima persona: Pulcinella, maschera per eccellenza della furbizia e della sopravvivenza a ogni costo nella tradizione teatrale napoletana, si presta con beffarda coerenza a questo ruolo di istigatore mascherato, il volto nero e anonimo che nasconde l’identità di chi parla di armi e di partenza senza mai essere quello che parte.

La scrittura rossa che invade il fondo chiaro con andamento verticale e quasi calligrafico, lungi dall’essere semplice decorazione testuale come in altre opere della serie, si rivela ora elemento portante del significato: il colore identico a quello del sangue sulla mano lega indissolubilmente parola e violenza, retorica e conseguenza, in un cortocircuito che è il cuore concettuale dell’opera. Le parole, frammentarie e ripetute con un andamento quasi ossessivo, ricordano tanto lo slogan quanto la cantilena popolare, evocando insieme la propaganda e il canto di piazza.

Il quadrupede in primo piano, reso con la consueta dignità quasi ritrattistica — lo sguardo laterale, le lunghe orecchie tese, il pelo caldo e materico — assume alla luce del titolo un ruolo ulteriore: cavalcatura umile e paziente, vittima silenziosa condotta verso un destino di cui non ha scelto nulla, forse metafora stessa di chi risponde all’appello di “armiamoci e partite” senza avere voce in capitolo sulla decisione.

Con quest’opera Lamagna dimostra come il proprio vocabolario iconografico — la maschera, il travestimento, il rito popolare — possa aprirsi a una lettura di critica sociale e politica esplicita, senza abbandonare il registro simbolico e teatrale che caratterizza l’intera sua ricerca sul mascheramento come condizione e insieme come inganno.

Con quest’opera Lamagna piega l’iconografia di Pulcinella verso un registro drammatico e quasi rituale che ne rovescia le attese. Il gesto che Pulcinella compie — il coltello levato, la mano macchiata di rosso — introduce una violenza che la tradizione teatrale associa semmai alle sue millanterie, ai suoi inganni verbali, mai a un’azione così esplicitamente cruenta. Questo scarto tra l’iconografia riconoscibile e il contenuto drammatico della scena è, con ogni probabilità, il vero fulcro concettuale dell’opera.

Pulcinella, la maschera nera che gli cancella il volto sotto il consueto cappuccio bianco, cavalca un quadrupede brandendo un coltello dorato, il braccio libero disteso lungo il fianco nell’ampio camice bianco. La scena, insolitamente drammatica per la maschera solitamente comica, si carica di una tensione quasi sacrificale, mentre parole rosse scorrono sul fondo come un’invocazione popolare.

TitoloArmiamoci e partiteMaterialeAcrilico ed olio su telaDimensioni100 x 150 cmShare

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