Con “Calice con angelo” Lamagna affronta uno degli oggetti liturgici più codificati e centrali della tradizione cristiana — il calice eucaristico — introducendo però, nella sua realizzazione, quello stesso scarto tra levigatezza formale e materia scarnificata che caratterizza gran parte della sua produzione sacra. La coppa, resa con superfici pulite e una geometria conica di grande rigore, mantiene la solennità e la funzionalità proprie dell’oggetto liturgico, senza cedere a eccessive elaborazioni decorative sulla sua forma essenziale: è nel dialogo con la figura angelica che si insinua che l’opera trova la propria originalità.
L’angelo, avvinghiato allo stelo del calice in un movimento a spirale che ricorda per dinamismo l'”Angelo Barocco” già esaminato, occupa una posizione strutturalmente ambigua: non decorazione applicata alla superficie del calice, come sarebbe consueto nella tradizione orafa liturgica, ma presenza scultorea autonoma che sembra letteralmente arrampicarsi, o forse cadere, lungo l’asta che sostiene la coppa. Le braccia e le gambe, protese in direzioni divergenti in un gesto che comunica insieme sforzo e abbandono, costruiscono quella stessa ambiguità cinetica — ascesa o caduta? — già osservata in altre figure angeliche dell’artista, qui ulteriormente accentuata dalla piccola scala della figura rispetto alla struttura che la ospita.
Il contrasto materico tra la levigatezza dorata e ininterrotta della coppa e la superficie frastagliata, quasi corrosa e porosa del corpo angelico — che lascia intravedere piccoli fori e irregolarità nella sua fusione — traduce visivamente due diverse concezioni del sacro che l’opera fa coabitare: da un lato la perfezione geometrica e senza tempo dell’oggetto liturgico, pensato per la funzione rituale e per la trasmissione simbolica del divino attraverso la forma pura; dall’altro la fisicità imperfetta, mortale, quasi sofferente della creatura angelica, che porta nella propria carne scultorea gli stessi segni di consunzione e fragilità già osservati nelle figure crocifisse dell’artista.
Questa convivenza tra l’astrazione formale del contenitore sacro e la carnalità vibrante della presenza angelica potrebbe leggersi come una riflessione implicita sulla natura stessa del rito eucaristico: il calice, vuoto e in attesa di essere colmato, custodisce e insieme espone, nel proprio stelo, la testimonianza di una presenza celeste già faticosamente incarnata, già segnata dal peso della materia — quasi a suggerire che la trascendenza racchiusa nel gesto liturgico non sia mai disgiunta dalla fatica e dalla fragilità del corpo che la porta.
La base circolare e ampia su cui l’intera struttura poggia, insieme alla scelta di un materiale dorato uniforme che unifica calice e figura angelica in un’unica temperatura cromatica pur nella diversità di trattamento superficiale, restituisce all’insieme una coerenza formale che rende l’oggetto pienamente funzionale al proprio ruolo liturgico, senza però rinunciare alla componente di inquietudine e di tensione plastica che è cifra costante della produzione sacra di Lamagna.

