Calice con Cristo

Questo calice porta a compimento, con una radicalità concettuale ancora maggiore rispetto al “Calice con angelo” già esaminato, la fusione tra oggetto liturgico e figura sacra che percorre l’intera produzione sacra di Lamagna: qui il Cristo crocifisso non è più presenza aggiunta o avvinghiata allo stelo, ma diventa esso stesso lo stelo, il sostegno strutturale su cui l’intera coppa si regge, in un’identificazione totale tra il corpo sacrificale e la funzione portante dell’oggetto.

Le braccia del Cristo, sollevate e aperte esattamente nel punto in cui la coppa conica trova il proprio apice inferiore, non semplicemente toccano o sostengono il calice: sembrano fondersi direttamente con esso, come se la coppa stessa fosse un prolungamento naturale del gesto crocifissorio, l’ultima e più alta estensione delle braccia distese sulla croce. Questa saldatura formale tra il corpo e l’oggetto — non più giustapposizione ma continuità strutturale — realizza in termini scultorei quell’identificazione eucaristica tra il corpo di Cristo e il vino consacrato che è il cuore teologico stesso del sacramento: il calice non contiene simbolicamente il sangue di Cristo, ma è costruito a partire dal suo stesso corpo, letteralmente sostenuto dalla sua carne.

Le gocce rosse che punteggiano le mani e i piedi della figura introducono l’unica nota cromatica in un’opera altrimenti giocata interamente sui toni argentei e sui riflessi metallici — un dettaglio minimo ma di enorme peso simbolico, che rende esplicito e innegabile il riferimento al sangue delle stimmate proprio nei punti di massima sofferenza fisica, senza però mai scadere nell’eccesso narrativo, mantenendo anzi un rigore quasi aniconico nella sua sobrietà.

Il corpo del Cristo, modellato con un realismo anatomico più disteso e classicheggiante rispetto alla scarnificazione violenta di altre crocifissioni dell’artista — penso al “Deus Sub Contrario” — qui si piega a una funzione decorativa e strutturale che ne addolcisce necessariamente la resa drammatica, pur mantenendo intatta la gestualità di sofferenza propria dell’iconografia crocifissoria: le gambe accavallate, i piedi uniti, il capo reclinato, sono tutti elementi che riconducono immediatamente alla grande tradizione della statuaria crocifissa occidentale.

La base circolare e ampia restituisce all’insieme una qualità di apparizione preziosa e insieme severa, coerente con la funzione eucaristica dell’oggetto: un calice che non si limita a rappresentare o alludere al sacrificio cristologico, ma lo incorpora letteralmente nella propria struttura portante, rendendo fisicamente inseparabile, in ogni gesto liturgico che ne faccia uso, l’atto di bere dal calice e quello di sostenersi sul corpo stesso del Cristo sacrificato.

Un calice d’argento dalla coppa conica e levigata poggia il proprio stelo su un corpo crocifisso in miniatura: le braccia aperte a reggere direttamente la coppa, piccole gocce rosse — sangue reso in smalto o pietra — segnano le mani e i piedi uniti. La forma dell’oggetto liturgico e quella del sacrificio si fondono in un unico corpo, senza separazione tra il contenitore e il sostegno che lo regge.

Go to Top