Circense su monociclo

“Circense su monociclo” porta la figura del pagliaccio, ricorrente nella produzione di Lamagna, verso un’iconografia più esplicitamente legata alla performance circense propriamente detta: qui non c’è più il ritratto isolato, il volto che emerge dal buio in un primo piano quasi devozionale, ma un corpo intero colto nell’atto — o nell’attesa dell’atto — dell’esercizio acrobatico. Il monociclo, reso con un disegno quasi grafico nella definizione dei raggi sottili che si stagliano sul fondo scurissimo, introduce un elemento di equilibrio precario che si riflette anche nella posa del corpo, lievemente inclinato, le mani atteggiate in un gesto di bilanciamento più che di presa salda.

Il rosso, qui totalizzante — dal berretto a punta fino alle scarpe, passando per la casacca ampia e la gonnellina che ne accentua la sagoma vagamente clownesca e insieme materna — assume in quest’opera una funzione diversa rispetto ad altre tele della serie: non più accento isolato contro il nero, ma sostanza dominante dell’intera figura, quasi una seconda pelle che avvolge il corpo dalla testa ai piedi in un’uniformità cromatica pressoché assoluta. Il volto, reso con un impasto più chiaro e cereo, si ritaglia così come unica zona di rottura in questa massa rossa, portando tutta l’attenzione dello spettatore verso l’espressione.

Ed è proprio nel volto che l’opera trova il suo nervo più scoperto: il sorriso, storto, con i denti irregolari appena accennati, non comunica l’allegria convenzionale del clown da circo, ma qualcosa di più ambiguo, quasi inquietante — un ghigno che si potrebbe leggere come ilarità sforzata, mascheratura di un disagio, o semplicemente come segno di quella vecchiaia e stanchezza che percorre trasversalmente l’intera serie clownesca dell’artista. Gli occhi, piccoli e leggermente strabici, contribuiscono a questa sensazione di squilibrio che non è solo fisico — l’instabilità del monociclo — ma anche espressivo.

Il fondo, trattato con una materia scura e irregolare che alterna zone opache a chiazze più dense, quasi bituminose, rifiuta ogni riferimento scenografico esplicito al contesto circense — non c’è tenda, non c’è pubblico, non c’è pista — isolando la figura in uno spazio indefinito che ne amplifica il senso di solitudine performativa: il numero d’equilibrio, esercizio per definizione pubblico e spettacolare, si consuma qui in un vuoto quasi metafisico, privo di spettatori se non lo sguardo di chi osserva il dipinto.

L’atmosfera complessiva oscilla tra fascinazione e inquietudine, tipica della rappresentazione del mondo circense nell’arte contemporanea, dove il divertimento si tinge di malinconia esistenziale.

Interamente vestito di rosso dalla punta del berretto alle scarpe, il pagliaccio siede in bilico su un monociclo. Il sorriso, storto e vagamente sdentato, ha qualcosa di inquietante più che divertente — la comicità del numero circense contaminata da un’ombra di grottesco. Il dipinto è incorniciato da un bordo rosso che richiama cromaticamente il costume del protagonista, conferendo unitarietà compositiva all’intera opera.

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