Nel Cristo del Melograno Ernesto Lamagna fonde il linguaggio della scultura sacra con una visione intima e terrena del dolore umano. Il corpo bronzeo, scarificato e piegato, è fissato a una trave metallica come un relitto sospeso tra rovina e resurrezione. Non c’è trionfo, né gloria: solo la lenta trasfigurazione della materia, che si consuma in un silenzio quasi cosmico.
Ai piedi della scultura, un melograno e un teschio creano un contrappunto simbolico: il primo, segno di vita e fecondità, allude alla rinascita spirituale; il secondo, alla caducità e alla memoria della carne. Lamagna sembra così unire eros e thanatos, linfa e cenere, in una medesima tensione vitale.
L’opera, come altre del ciclo dedicato al corpo sofferente — da Ecce Mater Dulcissima a Vecchio Acrobata Pazzo — esplora la dimensione della passione umana come rito universale. Il Cristo di Lamagna non è figura salvifica, ma un uomo che attraversa la soglia del dolore per ritrovare una fragile, terrena trascendenza.
Il bronzo, inciso, bruciato, modellato come carne viva, diventa preghiera materica. Il melograno, antico simbolo della vita che rinasce dal sacrificio, suggella il mistero di un’umanità che, anche nella caduta, continua a germogliare.

