Ecce Mater Dulcissima

Quest’opera nacque per la mostra 𝐿𝑎 𝑀𝑎𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑟𝑡𝑒, tenutasi al Pantheon di Roma nell’ottobre del 2003 per celebrare i venticinque anni di Pontificato di San Giovanni Paolo II. Venne presentata in anteprima al Parlamento Europeo di Bruxelles per poi essere protagonista di numerosi altri progetti espositivi tra i quali Chiesa del Gesù e Chiostro Normanno di Lipari nell’ambito della mostra internazionale “EoliÈ: Umana Eccellenza”.

L’opera raffigura una Madonna sofferente e silenziosa: la concepii attraverso le sembianze di mia madre, costretta sulla sedia a rotelle e piegata dall’Alzheimer. Un omaggio, anche, alla celebre poesia “Lettera alla madre” di Salvatore Quasimodo.

Anno2003TecnicaBronzo a cera persaCollezionePrivataCittàRomaShare

Dalla fragilità nasce la sacralità: una madre seduta su una sedia a rotelle, simbolo di pietà e forza interiore. Ai suoi piedi, la maschera del figlio-artista e un melograno evocano il legame tra vita, memoria e rinascita. Una delle opere più intense e commoventi di Ernesto Lamagna.

In Ecce Mater Dulcissima, Ernesto Lamagna trasforma un’immagine di fragilità quotidiana in una potente icona della pietà contemporanea. Una figura femminile, seduta su una sedia a rotelle, china il capo in un gesto di assorta tenerezza. Il corpo, modellato in un bronzo vibrante e corroso, conserva la memoria della materia originaria, come se la superficie stessa respirasse.

Lamagna celebra una maternità non idealizzata ma sofferente, che si fa simbolo di accoglienza e pietà universale. Il titolo, Ecce Mater Dulcissima, riecheggia l’“Ecce Homo” evangelico, spostando il centro della compassione dall’uomo alla madre, dall’eroe al quotidiano. L’artista non cerca la perfezione formale, ma la verità dell’emozione. Lamagna, con il suo linguaggio sospeso tra spirituale e terreno, restituisce alla sofferenza una dimensione sacra: la donna è madre e testimone, figura umile e universale. La sedia diventa trono e reliquia, luogo di vulnerabilità e dignità insieme.

Ai piedi della figura si posano due simboli che ampliano la lettura dell’opera: una maschera — quella dell’artista, figlio — e un melograno, frutto della vita, della rinascita e del legame indissolubile tra generazioni. La maschera è l’alter ego che si spoglia della propria individualità di fronte all’amore materno; il melograno, con i suoi semi, richiama la fecondità spirituale e la promessa di continuità.

La scultura amplifica il pathos e la densità simbolica del modello originario, raggiungendo una sintesi perfetta tra materia e spirito, tra il gesto dell’artista e la memoria della carne.

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