Dalla fragilità nasce la sacralità: una madre seduta su una sedia a rotelle, simbolo di pietà e forza interiore. Ai suoi piedi, la maschera del figlio-artista e un melograno evocano il legame tra vita, memoria e rinascita. Una delle opere più intense e commoventi di Ernesto Lamagna.
In Ecce Mater Dulcissima, Ernesto Lamagna trasforma un’immagine di fragilità quotidiana in una potente icona della pietà contemporanea. Una figura femminile, seduta su una sedia a rotelle, china il capo in un gesto di assorta tenerezza. Il corpo, modellato in un bronzo vibrante e corroso, conserva la memoria della materia originaria, come se la superficie stessa respirasse.
Lamagna celebra una maternità non idealizzata ma sofferente, che si fa simbolo di accoglienza e pietà universale. Il titolo, Ecce Mater Dulcissima, riecheggia l’“Ecce Homo” evangelico, spostando il centro della compassione dall’uomo alla madre, dall’eroe al quotidiano. L’artista non cerca la perfezione formale, ma la verità dell’emozione. Lamagna, con il suo linguaggio sospeso tra spirituale e terreno, restituisce alla sofferenza una dimensione sacra: la donna è madre e testimone, figura umile e universale. La sedia diventa trono e reliquia, luogo di vulnerabilità e dignità insieme.
Ai piedi della figura si posano due simboli che ampliano la lettura dell’opera: una maschera — quella dell’artista, figlio — e un melograno, frutto della vita, della rinascita e del legame indissolubile tra generazioni. La maschera è l’alter ego che si spoglia della propria individualità di fronte all’amore materno; il melograno, con i suoi semi, richiama la fecondità spirituale e la promessa di continuità.
La scultura amplifica il pathos e la densità simbolica del modello originario, raggiungendo una sintesi perfetta tra materia e spirito, tra il gesto dell’artista e la memoria della carne.








