Questo ritratto scultoreo di Eduardo De Filippo si colloca in un territorio diverso rispetto alla gran parte della produzione di Lamagna fin qui esaminata: non più figura archetipica o simbolica — il pagliaccio, l’angelo, il santo — ma il tentativo di restituire, attraverso la propria cifra materica e la propria sensibilità per il chiaroscuro drammatico, l’identità specifica e riconoscibile di uno dei protagonisti assoluti del teatro italiano del Novecento, figura peraltro non estranea, per la propria origine e per la propria opera, a quello stesso mondo napoletano di maschere e di teatro popolare — Pulcinella su tutte — che innerva l’intera ricerca dell’artista.
La presenza esplicita della maschera nera, distinta per materia e trattamento dal volto dorato sottostante, costituisce la scelta formale più audace e insieme più carica di significato dell’intera opera: mentre la metà scoperta del viso, modellata con una superficie ricca di rughe, di solchi, di una texture che restituisce con grande efficacia l’età e la vita vissuta del soggetto — gli occhi infossati, i baffi curati, la bocca sottile e leggermente contratta in un’espressione di concentrazione quasi teatrale — appartiene interamente al registro della carne, la maschera che ne copre fronte e occhio sinistro si presenta come oggetto altro, applicato, riconoscibile nella sua funzione di travestimento scenico più che come semplice ombra o effetto di luce.
Questa compresenza — non più semplice contrasto cromatico ma vera e propria sovrapposizione tra volto reale e maschera indossata — realizza in termini scultorei il tema centrale di tutta l’opera drammaturgica di Eduardo: la persona dietro il personaggio, l’uomo che si scopre e si nasconde simultaneamente attraverso il proprio mestiere di attore. Non è un caso che proprio Eduardo, autore e interprete, abbia esplorato instancabilmente il tema della maschera sociale e familiare, della finzione necessaria alla sopravvivenza — temi che risuonano profondamente con l’intera ricerca di Lamagna sul travestimento come condizione umana, già incontrata in decine di varianti nei suoi pagliacci e nei suoi Pulcinella.
Il piccolo elemento arricciato che si eleva sopra la testa, dorato come la metà scoperta del volto, potrebbe alludere a un dettaglio di copricapo o a un puro gesto plastico decorativo che chiude la composizione verso l’alto con un moto sinuoso, alleggerendo la gravità frontale del volto sottostante.
Il basamento di pietra chiara, sobrio e privo di ornamenti, offre un contrappunto essenziale alla ricchezza materica e cromatica della testa, mentre il fondo fotografico nero assoluto isola completamente l’opera in uno spazio senza tempo, concentrando ogni attenzione sul dialogo tra l’oro della carne e il nero della maschera — la persona e il personaggio, l’uomo e la sua arte — che costituisce il cuore concettuale ed espressivo di questo omaggio scultoreo a una delle voci più autentiche del teatro napoletano.

