Datato 1979, questo disegno a china di Ernesto Lamagna affronta il tema evangelico della pesca miracolosa con un linguaggio grafico che rifiuta ogni compostezza iconografica tradizionale. La linea, spezzata e febbrile, non descrive tanto quanto registra un movimento: il corpo del pescatore, colto in torsione, avanza trascinando un carico di reti che l’artista risolve in un groviglio quasi illeggibile di segni sovrapposti, un vero e proprio nodo grafico nell’angolo inferiore sinistro del foglio, dove le forme dei pesci si confondono l’una nell’altra fino a perdere identità singola e farsi massa, abbondanza, eccesso.
È proprio in questo contrasto tra la figura umana — definita con maggiore chiarezza anatomica, il volto alzato verso l’alto in un gesto che ha quasi del sacro — e il caos organico della pesca ai suoi piedi che si gioca il senso dell’opera: da un lato l’uomo, teso nello sforzo fisico e insieme sospeso in un’attitudine di stupore; dall’altro il dono ricevuto, reso visivamente incontenibile, eccedente la capacità della rete e del segno stesso di contenerlo. Le vele appena tratteggiate sullo sfondo, ridotte a poche linee sospese quasi senza peso, funzionano da contrappunto silenzioso: ricordano la barca, l’origine dell’episodio narrato, senza mai competere con la centralità della figura.
La tecnica ad inchiostro, che alterna campiture ad acquerello grigio a un segno di penna asciutto e graffiante, restituisce quella qualità di appunto visivo, di pensiero fissato nell’urgenza del gesto, che caratterizza il disegno lamagnano anche quando affronta soggetti di tradizione sacra. Non c’è qui la solennità della pittura, ma una freschezza quasi cronachistica: il miracolo raccontato non come evento remoto e ieratico, ma come fatica del corpo, sudore, peso reale — la trascendenza colta nel suo farsi materia.

