Il “Reliquario di Padre Pio” appartiene a quella produzione di oggetti sacri e liturgici di Lamagna già incontrata nella “Croce astile” e nell'”Angelo” oggetto sacro, ma qui l’artista si confronta con un compito iconografico specifico e carico di riferimenti diretti: la venerazione del frate delle stimmate, la cui identità è dichiarata fin dal titolo e resa visivamente esplicita attraverso il dettaglio più riconoscibile e più intensamente simbolico della sua agiografia — le mani forate.
La mano che emerge dalla base del reliquario, modellata con un realismo insieme minuzioso e insieme volutamente rustico nella resa della pelle e delle nocche, porta impressi i segni delle stimmate — piccoli fori che attraversano la carne dorata — traducendo in linguaggio scultoreo l’elemento più noto e più venerato della devozione verso Padre Pio: le ferite che il frate portò per decenni sul proprio corpo come segno di partecipazione mistica alla Passione di Cristo. Questa scelta di isolare la sola mano, sottraendola al resto del corpo, concentra tutta l’attenzione devozionale su quell’unico dettaglio fisico che ha reso la figura del santo immediatamente riconoscibile nell’immaginario popolare, trasformando la reliquia in una sineddoche perfetta: la parte per il tutto, la ferita per la santità.
L’asta che si eleva dalla mano, sottile e quasi vegetale nella sua articolazione — con un piccolo ramoscello che si dirama lateralmente a metà altezza, dettaglio che richiama quella fusione tra corpo e materia arborea già esplorata nella “Croce astile” — conduce lo sguardo verso l’alto, fino al cerchio metallico che incornicia l’elemento più delicato e insieme più inatteso dell’intera composizione: un piccolo drappo di tessuto bianco, teso su una struttura a croce come una vela o un sudario in miniatura. Questo inserto tessile, materiale reale e non scolpito, introduce nel reliquario una componente relicale nel senso più letterale del termine — un frammento di stoffa che potrebbe alludere direttamente a un tessuto appartenuto o legato al culto del santo, secondo la tradizione più antica dei reliquiari che custodiscono non solo l’immagine ma anche la traccia materiale del sacro.
Il cerchio dorato che racchiude questo drappo, elemento geometrico puro che fa eco al motivo circolare ricorrente in tutta l’opera di Lamagna — dal trucco clownesco ai cerchi acrobatici — assume qui una nuova valenza simbolica, trasformandosi in una sorta di ostensorio o finestra sacra attraverso cui il drappo bianco, quasi vessillo di purezza e resa, viene mostrato ed esposto alla venerazione.
La dimensione spaziale costituisce un aspetto fondamentale nella poetica di Lamagna, che costruisce le sue composizioni attraverso un attento studio delle relazioni interne. Gli elementi formali si articolano secondo una logica che rifugge sia dall’esplicita narrazione sia dalla pura astrazione, privilegiando invece una zona intermedia dove il visibile si carica di suggestioni che travalicano l’immediata percezione. Il trattamento della materia rivela un’attenzione particolare alla qualità tattile e alla vibrazione luminosa, aspetti che conferiscono all’opera una presenza fisica significativa nello spazio espositivo.
L’inserimento di questa creazione nel contesto della produzione artistica contemporanea italiana permette di cogliere la specificità della ricerca di Lamagna, orientata verso un linguaggio che valorizza l’autonomia dell’opera rispetto a riferimenti esterni immediati. La sua pratica artistica si configura come un processo di sedimentazione di esperienze visive e concettuali, dove ogni intervento sul supporto rappresenta una scelta meditata all’interno di un sistema formale coerente. L’opera testimonia così la maturità di un percorso che ha saputo elaborare influenze diverse in una sintesi personale e riconoscibile.

