C’è qualcosa di dolorosamente antico in questo pagliaccio di Ernesto Lamagna, un’opera che si sottrae fin da subito alla leggerezza che il soggetto lascerebbe presagire. La materia pittorica, densa e stratificata fino quasi a farsi scultura, costruisce un volto che non recita più: la bocca spalancata, incisa di un rosso quasi sanguigno, non è il sorriso convenzionale del clown ma un varco spalancato sull’interiorità, memore di certe distorsioni espressioniste che da Rouault in poi hanno fatto della figura del pagliaccio l’emblema di una condizione umana dolente, mascherata soltanto in superficie.
Il nero dello sfondo, trattato con una materia quasi bituminosa, catramosa, non è semplice contrappunto tonale ma spazio esistenziale: un vuoto che avvolge e comprime la figura, costringendola in un angolo di luce cruda. È contro questo buio che il rosso del copricapo e della mantellina esplode con una violenza cromatica quasi liturgica, mentre il bianco cereo del volto — solcato da ombre blu che paiono lividi più che trucco — restituisce tutta la fisicità di una carne stanca, invecchiata sotto la funzione del ruolo.
Notevole è il gioco di rime visive che Lamagna dissemina nel dipinto: il cerchio rosso dipinto sulla guancia dialoga a distanza con l’orecchino a cerchio, due forme circolari che si rispondono come un’eco, quasi un residuo di trucco che la pittura stessa fatica a distinguere dalla ferita. L’occhio, ridotto a un semplice punto nero, nega ogni possibilità di sguardo diretto: è assenza, forse cecità, comunque distanza da chi osserva — un espediente che accentua l’ermetismo drammatico della figura, mai realmente accessibile nonostante la vicinanza fisica.
Il titolo, con quel “vecchio” che qualifica e appesantisce la figura, introduce la dimensione temporale come chiave di lettura essenziale: non un clown qualunque, ma un’icona della decadenza, dello scarto irrimediabile tra la maschera pubblica dell’intrattenitore e la verità privata, taciuta, di chi quella maschera la porta da una vita intera. Lamagna trasforma così un soggetto della tradizione circense in una riflessione più ampia sulla finzione necessaria, sul dolore che si cela dietro ogni performance sociale — un tema che attraversa la sua ricerca pittorica con la stessa urgenza materica che caratterizza l’intera sua produzione.
L’approccio espressionista di Lamagna si manifesta nella deformazione dei tratti fisiognomici e nell’uso emotivo del colore. La figura sembra incarnare un archetipo della sofferenza contemporanea, un personaggio sospeso tra il grottesco e il tragico. Le scelte cromatiche ridotte all’essenziale – il rosso della passione e del sangue, il nero dell’abisso, il bianco della morte e il blu della malinconia – creano un linguaggio visivo diretto e potente. L’opera si inserisce in una tradizione che va da Munch a Bacon, reinterpretando il tema dell’urlo e dell’alienazione con una sensibilità contemporanea che non rinuncia alla forza comunicativa della pittura gestuale.

