La Pigotta

Con “La Pigotta” Lamagna si allontana temporaneamente dal circo e dalla maschera clownesca per affrontare un soggetto apparentemente più quieto — l’infanzia, la bambola, il gesto materno in miniatura — che tuttavia, nel trattamento pittorico dell’artista, non perde nulla della tensione emotiva che percorre l’intera sua produzione. Il volto della bambina, diviso con nettezza quasi grafica tra una metà in ombra bluastra e una metà illuminata di un pallore cereo, riprende — pur in un contesto tematico diverso — quella stessa attenzione alla luce radente e al chiaroscuro drammatico che caratterizza i ritratti clowneschi dell’artista, come a suggerire che la vulnerabilità, il dualismo tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde, non sia prerogativa esclusiva della maschera circense ma condizione più ampia dell’esistenza, rintracciabile già nell’infanzia.

Gli occhi, resi con un’intensità quasi fissa e priva di espressione consolatoria, e la bocca appena socchiusa in un’espressione seria, indefinita tra la malinconia e l’attesa, negano alla figura ogni convenzionale dolcezza infantile: è un’infanzia già segnata, già consapevole, che Lamagna restituisce senza concessioni sentimentali.

Il mantello rosso-bruno che avvolge la bambina, trattato con una materia più densa e screziata rispetto al fondo grigio-azzurro, opaco e nebbioso, che caratterizza lo sfondo, crea un nucleo di calore cromatico che si oppone alla temperatura fredda dell’ambiente circostante — un contrasto che ritroviamo, con diversa declinazione, anche nella dialettica rosso-nero dei pagliacci. La pigotta stessa, con il suo azzurro a pois e le calze a righe, introduce l’unica nota di colore vivace e infantile propriamente detto, quasi un’isola di normalità dentro un’immagine che altrimenti insisterebbe su toni sommessi e gravi.

Il gesto delle braccia che stringono la bambola al petto, più che un abbraccio giocoso, assume nella resa pittorica di Lamagna la qualità di un gesto protettivo e insieme bisognoso — la bambina che accudisce la bambola replicando, forse, un bisogno di cura che lei stessa non riceve pienamente. È in questo scarto sottile, in questa ambiguità tra il dare e il cercare conforto, che l’opera trova la sua cifra più propriamente lamagnana: anche nell’innocenza apparente dell’infanzia, l’artista scopre la stessa vena di solitudine e di fragilità che innerva i suoi pagliacci e le sue figure più drammatiche.

L’atmosfera complessiva dell’opera oscilla tra protezione materna e disagio psicologico. Il fondo fumoso e indefinito, realizzato con velature sovrapposte e sfumature tonali, crea una dimensione onirica e sospesa. Le pennellate rapide e gestuali nella parte superiore destra, dove compare un tocco di blu cobalto, suggeriscono movimento e inquietudine. L’opera dialoga con tematiche legate all’infanzia, alla memoria e alla fragilità emotiva attraverso un linguaggio pittorico materico ed espressivo.

Una bambina dal volto metà in ombra, metà rischiarato da un pallore quasi spettrale, stringe tra le braccia una pigotta — la tradizionale bambola di pezza italiana, qui vestita di un azzurro tenero che contrasta con la gravità cromatica del resto del dipinto. Lo sguardo della piccola, fisso e serio, sembra chiedere protezione più che offrirla alla bambola che tiene in braccio.

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