Vecchio circense

“Vecchio circense” segna forse il punto di massima tensione materica nella serie clownesca di Lamagna, e insieme il suo esito più enigmatico. La testa del pagliaccio, costruita in un impasto pittorico che sconfina quasi nella scultura — la superficie del berretto e del mantello si solleva in creste e avvallamenti che catturano la luce come un bassorilievo — occupa la quasi totalità della composizione con un peso fisico ineludibile, quasi tellurico. Il rosso, qui più cupo e terroso rispetto all’accensione cromatica di altre opere della serie, non brucia ma cova, si fa materia organica, quasi carne o terra.

Il volto, reclinato in un gesto di abbandono o di sonno, rovescia l’iconografia consueta del pagliaccio-in-azione che caratterizza opere come il Vecchio pagliaccio: qui l’occhio è chiuso, segnato da ciglia disegnate con un segno grafico netto e quasi grottesco, mentre il cerchio rosso sulla guancia — motivo ricorrente nel vocabolario dell’artista, presente anche in altri ritratti clowneschi — assume la forma di un’orbita vuota, quasi un secondo occhio cieco che fissa lo spettatore senza vederlo. La bocca, appena accennata da un tocco di rosso nell’angolo inferiore del volto, sembra sanguinare più che sorridere.

L’elemento più sorprendente resta però il profilo bianco tracciato a sinistra, puro contorno senza volume su un fondo nero assoluto: una presenza fantasmatica che funziona da controcanto silenzioso alla densità materica del volto principale. È il negativo, l’ombra proiettata, forse l’anima che si stacca dal corpo pesante e stanco — una soluzione compositiva che introduce nell’opera una dimensione quasi metafisica, sottraendo il pagliaccio alla sola dimensione fisica per aprirlo a una riflessione sul doppio, sulla memoria, sulla dissoluzione. Il “vecchio” del titolo trova qui la sua traduzione visiva più compiuta: non più soltanto stanchezza, ma un principio di sparizione, la maschera che comincia a lasciare il posto al vuoto.

Un volto reclinato, l’occhio chiuso da ciglia disegnate come lame, riposa avvolto in un cumulo di materia rossa densa come sangue rappreso. Accanto, tracciato solo di contorno bianco su fondo nero, un secondo profilo — spettrale, evanescente — sembra il doppio, l’ombra o il ricordo di quel volto. Il pagliaccio di Lamagna qui non recita e non soffre: dorme, o forse è già altrove. L’espressione del volto, con occhio chiuso e guancia segnata da un cerchio rosso, trasmette vulnerabilità e introspezione.

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