Circense pazza

“Circense pazza” segna una deviazione radicale, quasi uno strappo, nella serie clownesca di Lamagna: qui la maschera cede definitivamente il passo alla carne nuda, al volto scoperto di una follia che non ha più bisogno di travestimento per manifestarsi. Assente il consueto repertorio iconografico del pagliaccio — niente berretto a punta, niente cerchio rosso sulla guancia, niente riferimento esplicito al circo se non nel titolo — l’opera si concentra su un ritratto psicologico portato all’estremo, dove la follia si legge direttamente nei tratti del viso: lo sguardo spalancato e obliquo, che pare fissare qualcosa fuori campo con un’intensità allucinata, la bocca socchiusa in un gesto sospeso tra il grido interrotto e il respiro affannoso.

Il trattamento chiaroscurale, di ascendenza quasi caravaggesca nella violenza del contrasto tra buio assoluto e luce radente, scolpisce il volto con tocchi di bianco puro sulla guancia e sulla fronte che funzionano come accenti quasi fosforescenti contro la materia bruna e nerastra dello sfondo. È in questo affondo tenebroso, trattato con una pennellata ampia e grassa che lascia visibili le tracce del gesto, che si misura la distanza di quest’opera da altre della serie: qui il nero non è semplice sfondo negativo ma sostanza stessa dell’angoscia, materia che divora metà del volto lasciandolo parzialmente inghiottito.

Il rosso, elemento cromatico costante nel vocabolario di Lamagna, muta qui radicalmente di significato: non più costume, non più berretto clownesco, ma sangue — colato dalla bocca lungo il collo con una gestualità pittorica che imita, quasi letteralmente, il gocciolamento del fluido corporeo. Anche la cornice dipinta, tracciata in rosso a delimitare l’intera composizione insieme alla firma dell’artista resa nello stesso colore, si carica di questa ambiguità: bordo decorativo o ferita che contiene l’immagine, referto che certifica un evento traumatico.

Il titolo, con quel “pazza” che qualifica esplicitamente la figura, toglie ogni margine di ambiguità interpretativa e colloca l’opera in un territorio di rappresentazione della sofferenza psichica che, pur nella continuità tematica con l’indagine sulla maschera e sulla vulnerabilità umana che percorre l’intera produzione clownesca di Lamagna, qui si spoglia di ogni mediazione teatrale per affrontare direttamente, senza schermi, il volto nudo del dolore mentale.

La palette cromatica ridotta all’essenziale – nero, grigio, bianco e rosso – amplifica la drammaticità della rappresentazione. Il nero occupa gran parte della superficie, creando un’atmosfera cupa e opprimente dalla quale il volto fatica a emergere. Le pennellate bianche che definiscono i lineamenti – occhi, naso, labbra – conferiscono al ritratto una luminosità spettrale, quasi fantasmatica.

La stratificazione della materia pittorica rivela un processo creativo fatto di accumuli, cancellature e sovrapposizioni. I segni grafici incisi nell’oscurità dello sfondo creano una texture complessa che conferisce profondità alla superficie. L’artista dimostra una padronanza assoluta nell’uso del chiaroscuro, modellando il volto attraverso passaggi tonali che vanno dal nero assoluto al bianco puro. L’espressione del soggetto comunica un senso di smarrimento esistenziale, amplificato dalla sproporzione voluta tra gli elementi anatomici e dalla deformazione espressionista dei lineamenti, che rimandano a una tradizione pittorica del disagio e della crisi dell’individuo contemporaneo.

Un volto femminile emerge da un buio quasi assoluto, gli occhi sbarrati in un’espressione di allucinazione e di terrore. Dalla bocca socchiusa cola un rosso che si fa sangue, colando lungo il collo fino a perdersi sul petto. Cornice rossa e firma incisa nello stesso colore serrano l’immagine come un referto, un documento di follia.

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