Con “Angelo del mare” Lamagna prosegue la sua ricerca scultorea già incontrata in opere come “Luna”, ma qui l’esito materico si carica di un’iconografia esplicitamente acquatica che trasforma il volto in una sorta di divinità marina, o forse in un relitto umano restituito dal mare dopo una lunga sedimentazione. La superficie bronzea, trattata con una patina blu-verde che imita l’ossidazione naturale del metallo esposto all’acqua salsa, non è semplice colorazione ma diventa essa stessa narrazione: racconta il tempo trascorso, l’azione corrosiva e insieme preservante dell’elemento marino, in un processo che pare aver plasmato il volto tanto quanto la mano dell’artista.
Le conchiglie e la stella marina che incoronano la testa, disposte con un ritmo quasi decorativo lungo il margine superiore e la tempia destra, non sono aggiunte ornamentali ma parte integrante della materia scultorea, fuse insieme al volto in un’unica sostanza che confonde deliberatamente i confini tra corpo e ambiente, tra figura e paesaggio marino. Questa integrazione totale — non applicazione successiva ma compenetrazione organica — costruisce l’immagine di un essere che non indossa il mare come ornamento, ma ne è parte costitutiva, quasi generato dalla stessa sostanza dell’acqua e dei suoi detriti.
Il volto, con gli occhi socchiusi e un’espressione di quiete sospesa, priva di tensione drammatica, si allontana dal pathos più esplicito di altre opere dell’artista: qui non c’è sofferenza dichiarata, ma piuttosto un abbandono contemplativo, quasi ipnotico, coerente con l’idea di una divinità acquatica sospesa in una dimensione temporale diversa da quella umana — lenta, sommersa, indifferente al trascorrere ordinario del tempo. Le labbra socchiuse, appena distinguibili nella luce radente che modella il volto, aggiungono un’ambiguità ulteriore: sonno, canto sommerso, respiro rallentato dall’acqua.
Ne risulta un’immagine che, pur nella continuità tecnica e materica con altre sculture dell’artista, apre a un immaginario mitologico personale — un pantheon sommerso di creature ibride tra l’umano e il marino — che arricchisce ulteriormente la varietà tematica della ricerca di Lamagna, capace di muoversi con coerenza stilistica tra il circo, il sacro e, qui, un immaginario acquatico quasi arcaico.
L’elemento più distintivo dell’opera risiede nella complessa elaborazione della corona capillare, dove ciocche ondulate si fondono con forme organiche marine, in particolare conchiglie che emergono dalla massa scultorea. Questa fusione tra elemento umano e naturale crea una narrazione visiva che richiama archetipi marini e mitologie acquatiche. La tecnica di fusione a cera persa è stata evidentemente impiegata con maestria, permettendo la resa di dettagli minuziosi e la creazione di sottosquadri complessi. Le concrezioni superficiali e le variazioni di patina non sono casuali ma risultano da un controllo sapiente dei processi di ossidazione del metallo.
L’opera dialoga con la tradizione della ritrattistica classica reinterpretandola attraverso un linguaggio contemporaneo. Lamagna dimostra come la scultura contemporanea possa mantenere un dialogo con la grande tradizione bronzistica italiana, innovandola attraverso sperimentazioni materiche e cromatiche che amplificano la capacità evocativa dell’immagine scultorea.

