“Giovane acrobata a cavallo” segna, nel percorso scultoreo di Lamagna, un momento di particolare classicismo formale rispetto alla corrosione materica e all’ambiguità simbolica di altre opere in bronzo dell’artista: qui il tema circense, ricorrente in tutta la sua produzione, trova una traduzione più immediatamente narrativa e meno gravata da sovrastrutture concettuali, concentrandosi sulla pura tensione fisica del numero acrobatico.
Il cavallo, costruito con una superficie ampiamente lavorata per piani e per una materia grumosa che ne restituisce il volume muscolare con grande efficacia plastica, occupa la parte inferiore della composizione con un peso e una stabilità che fanno da contrappunto necessario alla figura umana sovrastante: le zampe salde, la testa fiera e leggermente rialzata, la coda distesa in un movimento calmo, costruiscono l’immagine di un animale in posa statica ma vigile, pienamente presente nella propria fisicità animale.
La figura dell’acrobata, al contrario, è modellata con un’esilità quasi estrema, le membra allungate fino a un limite di stilizzazione che ricorda certe soluzioni della scultura del secondo Novecento attente alla linea più che al volume — un corpo quasi filiforme che sembra sfidare la legge di gravità non attraverso la forza muscolare ma attraverso la leggerezza, la sottrazione di peso. Questo contrasto tra la solidità animale e l’eterea sottigliezza umana costruisce visivamente il senso stesso dell’equilibrio circense: l’impresa acrobatica non consiste nella forza contrapposta alla forza, ma nella grazia che si sostiene sopra la potenza, nella leggerezza che trova il proprio spazio sopra la massa.
Il cerchio sollevato nella mano destra della figura, elemento circolare che ritroviamo come motivo ricorrente — pur in configurazioni diverse — in molte altre opere dell’artista, qui assume la funzione più diretta e meno ambigua di semplice attrezzo circense, forse destinato a un salto o a un numero con animali addestrati a saltarvi attraverso, restituendo alla scena un’immediatezza narrativa quasi documentaria del numero da pista.
In quest’opera, più distesa e meno drammaticamente carica rispetto a molte altre sculture dell’artista, Lamagna sembra concedersi una riflessione sulla grazia e sull’equilibrio come valori positivi e autosufficienti, senza la contaminazione di elementi inquietanti o di denuncia sociale che caratterizzano altre sue prove — un momento di sospensione poetica pura all’interno di un percorso artistico altrimenti spesso attraversato da tensioni più cupe.
Ernesto Lamagna sviluppa attraverso questa opera una riflessione sul linguaggio artistico contemporaneo, manifestando quella tensione verso l’essenziale che caratterizza la sua ricerca. L’artista costruisce un dialogo visivo che si colloca nel solco della migliore tradizione italiana, dove rigore formale e sensibilità espressiva si fondono in un equilibrio mai scontato. La sua pratica artistica rivela un’attenta meditazione sui fondamenti della forma, sulla relazione tra lo spazio dell’opera e quello circostante, creando una presenza che invita alla contemplazione e alla riflessione.
Il lavoro di Lamagna si distingue per la capacità di sintetizzare complessità concettuali in soluzioni formali controllate e meditate. Ogni elemento compositivo assume un ruolo preciso nell’economia generale dell’opera, contribuendo a generare un sistema di relazioni che trascende la mera materialità per aprirsi a dimensioni interpretative più ampie.

