Il riposo del satiro

La scultura Il riposo del Satiro traduce nella tridimensionalità bronzea il linguaggio poetico e drammatico che, nel bozzetto pittorico, evocava la figura del satiro come simbolo di un’umanità disillusa e ferita.

Seduto a terra, in una posa di apparente quiete, il satiro di Lamagna non conserva più nulla dell’ebbrezza dionisiaca o della sensualità mitologica: il corpo, segnato dal tempo e dalla materia, appare vulnerabile e stanco, quasi spogliato della sua vitalità originaria.

Sul torace, una fioritura scabra, che sembra emergere come una ferita o una gemma pietrificata, diventa il punto in cui la carne si trasforma in simbolo. È un segno di mutazione, di passaggio tra l’umano e il naturale, tra eros e malinconia.

Accanto alla figura, un piccolo elemento organico — un frutto, forse un residuo della vita terrena — suggerisce il ciclo continuo della generazione e della decadenza. Nella scultura come nel dipinto, Lamagna fonde il mito con l’introspezione personale: il satiro non è più creatura selvaggia, ma uomo consapevole della propria fragilità, sospeso tra desiderio e memoria.

Il bronzo, modellato con un tratto materico e corrosivo, restituisce alla superficie la tensione interiore della figura, rendendo visibile l’anima attraverso la pelle del metallo.

Lamagna dà corpo a un satiro che non danza più, ma contempla.
Il mito si fa umano: la carne, segnata e fragile, racconta la stanchezza dell’esistenza. Sul petto, una ferita che fiorisce — simbolo di trasformazione e memoria.

TitoloIl riposo del satiroTecnicaTerracotta patinataLuogoCollezione privata, Roma - ItaliaShare
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