In questa composizione, Lamagna rilegge la figura mitologica del satiro con una sensibilità moderna e intimista. Il personaggio, disteso in una posa di abbandono, sembra sospeso tra la dimensione terrena e quella onirica: la tensione muscolare si scioglie in un’atmosfera rarefatta, dove il corpo, modellato da tonalità calde e traslucide, si fonde con un paesaggio di segni vibranti e azzurri.
L’artista abbandona ogni compiacimento mitologico per restituire al satiro una dimensione umana, quasi malinconica. La fisicità vigorosa è addolcita da una pennellata trasparente, che suggerisce vulnerabilità e contemplazione. Il gesto della mano che regge un flauto — attributo simbolico del mito — si trasforma in eco silenziosa di una musica interiore, forse estinta.
Lamagna mostra qui la sua capacità di coniugare il linguaggio plastico della scultura con la leggerezza del segno pittorico: le superfici, segnate da velature e graffi, conservano la memoria del gesto scultoreo. La figura emerge come icona di un equilibrio fragile, un “riposo” che è al tempo stesso tregua e riflessione sul desiderio, sulla natura e sul corpo come luogo del sacro.

