Il titolo di quest’opera riprende letteralmente le parole che, secondo il Vangelo di Luca, Cristo rivolge dalla croce al ladrone pentito crocifisso al suo fianco — la promessa di redenzione immediata pronunciata nel momento stesso dell’agonia condivisa. Lamagna sceglie di rendere quella parola non come didascalia esterna all’immagine ma come parte integrante della composizione stessa, disponendo il testo manoscritto — frammentato, corsivo, quasi vergato d’istinto — a incorniciare il corpo crocifisso lungo il margine superiore e sinistro del foglio, in una soluzione che ricorda, pur con esiti diversi, l’inserimento di scrittura già sperimentato in altre opere dell’artista come “Circense” nella sua variante con iscrizione.
Il corpo, ridotto al solo torso e alle braccia — la testa reclinata di lato, priva di gambe visibili nel taglio scelto dall’inquadratura — è costruito attraverso un contrasto cromatico di grande efficacia drammatica: il bianco quasi fosforescente della carne, steso con pennellate ampie e materiche che lasciano affiorare qua e là tocchi di ocra e di terra, si staglia contro il fondo caldo del supporto e contro le profonde ombreggiature nerastre che ne scolpiscono i contorni con tratti nervosi e ripetuti. Questa tecnica, che alterna la pittura a corposo impasto a un disegno più grafico e sottile nella resa dei dettagli — la corona di spine, tracciata con poche linee taglienti che sembrano davvero trafiggere il capo reclinato — restituisce un corpo insieme luminoso e straziato, quasi che la sofferenza fisica si traducesse paradossalmente in un chiarore che la carne stessa emana.
La posizione delle braccia, spalancate ma non rigidamente simmetriche, e il capo che si abbandona di lato in un gesto di cedimento fisico, costruiscono un’immagine della crocifissione più vicina al momento del trapasso che a quello della piena sofferenza attiva — coerente con il contenuto stesso delle parole citate nel titolo, pronunciate secondo la tradizione evangelica proprio negli istanti che precedono la morte, quando la promessa di salvezza si fa dono estremo e immediato.
La scrittura che circonda la figura, dislocata su più righe e frammentata in modo da seguire quasi il contorno del corpo, non funziona come semplice etichetta esplicativa ma come presenza sonora resa visibile: le parole sembrano uscire letteralmente dalla figura, propagarsi nello spazio circostante come un’eco della voce pronunciata in quell’istante estremo, in continuità con quella ricerca di integrazione tra parola e immagine che Lamagna ha esplorato anche altrove nella propria produzione sacra.
Il fondo ocra caldo, uniforme e privo di ulteriori elementi narrativi o scenografici, isola completamente la figura in uno spazio senza tempo e senza luogo, concentrando tutta l’attenzione sul corpo sofferente e sulla parola che lo accompagna — due elementi che in quest’opera si rivelano, più che mai nella produzione dell’artista, indissolubilmente fusi: la promessa di redenzione non separata dal corpo che la pronuncia, ma scritta letteralmente nella carne e attorno ad essa, come se il perdono stesso fosse parte integrante della ferita.

