Kairos prende il nome dal concetto greco del tempo opportuno — non la durata misurata di Chronos, ma l’istante irripetibile, quello che sfugge se non lo si coglie al volo. Ernesto Lamagna lo incarna in una figura stante, vestita da musico-giullare, con un copricapo a punta che richiama tanto la follia del buffone quanto l’autorevolezza del cerimoniere.
La superficie della scultura è il vero protagonista del racconto visivo: una pelle di materia bruciata, corrosa, in cui il rosso acceso affiora dal nero come brace sotto la cenere. La lavorazione rimanda alla crosta lavica, alla pelle di un essere che ha attraversato il fuoco — non consumato, ma forgiato. Il corpo porta i segni di un’esistenza intensa, irregolare, indomita.
Il volto è reso in bianco opaco, quasi una maschera teatrale: neutro eppure presente, distante eppure capace di uno sguardo interiore. È il volto di chi sa aspettare il momento giusto.
Al centro della composizione, la tromba in ottone autentico — oggetto reale innestato nella scultura — introduce una tensione materica e semantica decisiva. Lo strumento non è suonato: è tenuto, trattenuto. Il suono è imminente ma non ancora esploso. Tutta l’opera vive in quell’istante di potenza trattenuta, in quella pausa prima della nota, che è anche la pausa prima di ogni scelta, di ogni salto, di ogni gesto che cambia il corso delle cose.
Kairos è un invito a riconoscere il momento giusto — e ad avere il coraggio di suonare.
L’opera di Lamagna manifesta una tensione espressiva tra astrazione e figurazione, dove la tecnica materica enfatizza la corporeità del soggetto musicante, creando un dialogo tra tradizione classica e contemporaneità sperimentale.
La scultura si presenta come una figura antropomorfa di notevole impatto visivo, dominata da un copricapo conico che si slancia verso l’alto conferendo verticalità e monumentalità alla composizione. La superficie è trattata con una tecnica straordinariamente materica: questa tessitura, quasi geologica, conferisce alla scultura un aspetto stratificato e vissuto, come se il tempo e gli elementi naturali avessero lasciato tracce indelebili sulla materia.
Il modellato del corpo rivela proporzioni volutamente alterate: spalle larghe, vita stretta. Il viso, appena accennato nella sua fisionomia, emerge dalla massa cromatica con tratti essenziali che suggeriscono una presenza umana senza definirla compiutamente. La postura rigida e frontale evoca archetipi della statuaria antica, reinterpretati attraverso un linguaggio espressivo contemporaneo.
L’opera manifesta la capacità di Lamagna di fondere elementi figurativi riconoscibili con una libertà materica che sconfina nell’astrazione. La tromba, simbolo della dimensione musicale e artistica, diventa fulcro narrativo dell’intera composizione, suggerendo temi legati alla creatività, alla performance e alla celebrazione.

