“La mattanza”, eseguita con tecnica mista su carta da spolvero poi intelata e intelaiata, affronta uno dei riti più antichi e violenti della cultura marinara mediterranea: la mattanza del tonno, pratica di pesca collettiva che affonda le proprie radici in tecniche fenicie e arabe, sopravvissuta fino al Novecento nelle tonnare siciliane e ancora oggi carica di un’ambivalenza culturale profonda tra celebrazione della sussistenza comunitaria e violenza spettacolare sull’animale.
La composizione, affollata di figure che si accalcano attorno al grande corpo del tonno morente, costruisce un dinamismo corale che si allontana dal registro più solitario e contemplativo di gran parte della produzione di Lamagna: qui non c’è un singolo protagonista isolato nel proprio dolore, ma una folla di volti — scavati, urlanti, alcuni distorti in grida che paiono più di sforzo fisico che di esultanza — che partecipa collettivamente al rito cruento della cattura. I bastoni e gli arpioni levati verso l’alto, resi con tratti scuri e decisi che tagliano lo sfondo rosso-arancio, scandiscono ritmicamente la scena con un movimento quasi corale, da danza rituale più che da semplice atto di pesca.
Il tonno, enorme e reso con un naturalismo cromatico che ne restituisce la pelle argentea e il dorso rosato, occupa il centro esatto della composizione, l’occhio nero e vitreo ancora aperto mentre il sangue cola copiosamente dalla ferita che gli attraversa il corpo, formando una cascata verticale di rosso denso che si scioglie infine nella schiuma bianca del mare sottostante. Questo fiotto di sangue, elemento visivamente più definito e più intensamente cromatico dell’intera composizione, diventa il fulcro drammatico dell’immagine: non semplice dettaglio naturalistico, ma colonna verticale che struttura l’intera composizione, dividendo idealmente la scena tra il caos umano che si accalca sopra e il mare che ribolle sotto.
Il trattamento pittorico dei volti umani, sfumato e quasi dissolto nell’ombra rossastra dello sfondo, contrasta deliberatamente con la maggiore definizione naturalistica riservata al pesce: sono i pescatori, non l’animale, a perdere i propri contorni netti, a confondersi gli uni con gli altri in una massa indistinta di sforzo collettivo, mentre la vittima della mattanza mantiene, paradossalmente, una presenza fisica più nitida e più individualizzata.
La schiuma bianca del mare, resa con una materia pittorica densa e vibrante che occupa l’intera fascia inferiore della composizione, introduce un elemento di movimento e di caos naturale che fa da contrappunto al caos umano sovrastante: le acque si confondono con il sangue versato in un’unica sostanza che rende visivamente inseparabile la violenza del rito dalla sostanza stessa dell’elemento marino in cui si compie.

