“La morte di Pulcinella” rappresenta uno dei momenti di maggiore intensità emotiva nella galleria dei personaggi mascherati di Lamagna, e insieme un compimento tragico coerente con quella vena drammatica che l’artista ha spesso insinuato sotto l’apparente comicità della maschera napoletana. Diversamente dal Pulcinella cavaliere e minaccioso incontrato in altre opere, qui la figura è colta nell’atto estremo dell’abbandono: il capo rovesciato all’indietro, gli occhi serrati, il collo esposto in una torsione che richiama iconograficamente certe deposizioni o certi santi morenti della tradizione pittorica barocca napoletana, di cui Lamagna, pur nella sua cifra contemporanea, sembra qui raccogliere l’eco.
Il cappuccio bianco, elemento identificativo della maschera, perde ogni connotazione di travestimento scenico per farsi quasi sudario, bendaggio, presenza liturgica più che teatrale — un rovesciamento di senso che l’artista ottiene senza mutare l’attributo iconografico ma semplicemente ricontestualizzandolo nel gesto e nell’espressione. Il volto, reso con un impasto bruno-caldo che lo confonde parzialmente con il turbinio cromatico dello sfondo, sembra già in parte assorbito dalla materia pittorica circostante, come se la figura si stesse dissolvendo nell’atmosfera stessa del dipinto.
Cromaticamente, l’opera lavora su un contrasto drammatico tra la metà sinistra, calda e vibrante — rosa acceso, arancio, ocra, quasi un incendio crepuscolare — e la massa scura, quasi nera, che avanza da destra a inghiottire progressivamente lo spazio pittorico. Questo bilanciamento, più che una semplice scelta compositiva, si legge come traduzione visiva del tema stesso dell’opera: la vita che ancora brucia nei toni caldi contro l’ombra della morte che si avvicina, in un equilibrio instabile e mobile che la pennellata sfumata, priva di contorni netti, rende ancora più fluido e processuale.
La mano sollevata, resa con tocchi di blu freddo che stridono contro il calore dello sfondo circostante, introduce un ultimo elemento di ambiguità: gesto di supplica, di saluto, o forse semplice residuo involontario di un corpo che si abbandona. In questa apertura interpretativa, mai risolta didascalicamente, risiede la forza dell’opera — Lamagna non illustra la morte di Pulcinella come evento narrativo compiuto, ma la coglie nel suo farsi, nella sua sospensione, restituendo alla maschera comica per eccellenza della tradizione napoletana una dignità tragica che ne rivela, ancora una volta, la profondità umana sepolta sotto il travestimento.
L’approccio espressionista di Lamagna si manifesta nella libertà gestuale e nell’intensità emotiva che permea ogni centimetro della superficie, creando un’opera che invita alla contemplazione prolungata e alla scoperta continua di nuovi dettagli nascosti nelle pieghe della materia pittorica.

