“La bambola di pezza” appartiene al ciclo “Miserere”, titolo che riprende il celebre incipit del Salmo 51 — “Miserere mei, Deus”, abbi pietà di me, o Dio — e che dichiara fin dal nome l’intenzione dell’artista di affrontare, attraverso questo gruppo di opere, la miseria più profonda e irredimibile della condizione umana.
Quest’opera si inserisce nel filone più perturbante della ricerca scultorea di Lamagna, portando a un livello di ambiguità narrativa e simbolica particolarmente denso il tema del doppio e della maschera già esplorato in altre opere — penso a “Luna” e alla sua divisione tra volto scoperto e ombra — ma qui declinato attraverso una costruzione compositiva a due figure che introduce una dimensione relazionale, quasi drammaturgica, assente nei busti isolati.
La figura superiore, il corpo maschile reso con una superficie bronzea densamente lavorata, quasi corrosa, porta sul volto una maschera bianca liscia e levigata — contrasto materico netto rispetto alla ruvidità del resto del corpo — che nega ogni possibilità di lettura espressiva: le orbite vuote, prive di occhi, trasformano il volto in una superficie cieca, un’assenza totale di sguardo che rovescia paradossalmente la funzione consueta della maschera, di solito strumento di travestimento più che di completa cancellazione dell’identità. Qui non c’è personaggio dietro la maschera, sembra suggerire l’opera, ma solo vuoto. Un volto che si rifiuta di essere visto, di essere riconosciuto, di assumere la responsabilità del proprio gesto — la maschera come schermo che rende irriconoscibile, e dunque impunito, chi la indossa. L’assenza di occhi, che in altre letture potrebbe alludere alla cecità o all’assenza interiore, qui si carica di un’ambiguità più cupa: chi commette la violazione non guarda, non vede la vittima come persona, la riduce a oggetto.
La seconda figura, distesa e sottomessa rispetto alla postura eretta e dominante della prima, è quella che il titolo designa come “bambola di pezza” — richiamo esplicito, per contrasto ancora più inquietante, a quella stessa iconografia della bambola infantile già incontrata nel dipinto “La Pigotta”, qui però trasfigurata in una creatura dal ventre aperto e dagli occhi spalancati e vitrei, sospesa tra l’oggetto inanimato e la vittima senziente. Questa ambiguità — è cosa o è corpo? — costituisce il nervo scoperto dell’intera composizione: il ventre squarciato, trattato con una materia grumosa e scura che potrebbe alludere tanto a un imbottitura strappata quanto a una ferita organica, rende letteralmente indistinguibile la bambola giocattolo dalla vittima di violenza.
Il carrello a ruote, che porta l’intera scena come un simulacro trasportabile, aggiunge un’ulteriore stratificazione di orrore quasi processionale: la miseria umana esibita, portata in giro, quasi normalizzata nel suo essere condotta per le strade come un carro di baraccone — immagine che rimanda, nella logica del ciclo “Miserere”, a un male non isolato ma sistemico, pubblico, portato alla luce proprio perché la comunità lo veda e ne provi orrore.
La composizione a due piani — la figura mascherata sopra, la bambola-vittima sotto, letteralmente cavalcata o sovrastata dal corpo maschile — costruisce una gerarchia di potere non dichiarata esplicitamente ma fisicamente innegabile, aprendo a molteplici possibili letture: l’infanzia violata, l’identità cancellata dalla maschera sociale, la manipolazione del più debole da parte del più forte. Lamagna, come spesso nella sua produzione più cupa, non risolve l’ambiguità in una narrazione univoca, ma la lascia aperta, disturbante, affidata interamente alla reazione emotiva di chi guarda.
L’opera lavora per allusione, per costruzione simbolica, restando nel territorio della denuncia morale e non della rappresentazione diretta — una scelta coerente con l’intento del ciclo “Miserere”, che è quello di suscitare pietà e sgomento di fronte alla miseria umana, non di descriverla nei suoi dettagli più crudi. È in questa sospensione, in questo dire per accenni indelebili, che l’opera trova la sua forza di denuncia e insieme la sua responsabilità etica.

