Luna

Con “Luna” Lamagna abbandona la superficie pittorica per confrontarsi con la tridimensionalità della scultura, e il risultato è un’opera che porta alle estreme conseguenze quella stessa poetica del doppio e della luce radente già rintracciabile nei suoi dipinti. Il volto — realizzato in una materia che restituisce riflessi metallici, quasi bronzei o argentei, screziati di ossidazioni e imperfezioni volutamente lasciate in vista — è modellato con una superficie non levigata ma consumata, corrosa, quasi un reperto archeologico riportato alla luce dopo secoli di sepoltura. Crepe, incrostazioni e irregolarità della materia diventano elementi espressivi a pieno titolo, restituendo un senso di tempo sedimentato che nessun ritratto dipinto potrebbe eguagliare con la stessa immediatezza tattile.

La divisione del volto in due metà — una immersa nell’ombra più totale, appena percepibile nel buio, l’altra illuminata con un chiarore quasi lunare che ne accende gli zigomi e la fronte — riprende un dispositivo compositivo caro all’artista, già rintracciabile nella dialettica luce-ombra dei ritratti pittorici, ma qui la tridimensionalità reale dell’oggetto amplifica l’effetto: non è più un’illusione pittorica di volume, ma volume autentico che la luce dell’ambiente sculpisce fisicamente, rendendo l’opera mutevole a seconda dell’angolazione e della sorgente luminosa.

Le spirali metalliche che si arrampicano dalla tempia sinistra sono l’elemento più spiazzante e insieme più memorabile della composizione: non capigliatura convenzionale ma un innesto meccanico, quasi cibernetico, che introduce una nota di straniamento fantascientifico dentro un’immagine altrimenti ancorata a un immaginario arcaico e tellurico. Questo cortocircuito tra il primitivo e il tecnologico — la materia che sembra scavata dalla terra e insieme cablata come un circuito — apre l’opera a molteplici letture: un’entità ibrida, un oracolo, una divinità minore sospesa tra epoche diverse, incapace di essere collocata con precisione in un tempo definito.

L’ambientazione fotografica, che colloca la scultura direttamente sul selciato di pietra scura, rafforza questa dimensione di ritrovamento archeologico: il volto non è esposto su un piedistallo ma abbandonato, quasi scartato o dimenticato per strada, in un gesto che sottrae l’opera a ogni retorica monumentale per restituirle una fragilità, un’intimità dolente che è, in fondo, la cifra più costante di tutta la ricerca di Lamagna, qui trasposta con originalità dal linguaggio pittorico a quello scultoreo.

La maschera abbandonata tra i detriti diventa metafora della fragilità della creazione umana e della sua capacità di conservare dignità estetica anche nello stato di abbandono. La composizione richiama la tradizione delle nature morte vanitas, reinterpretata in chiave contemporanea attraverso l’archeologia urbana e industriale. L’opera si configura come testimonianza visiva del dialogo tra permanenza e dissoluzione, tra forma scultorea e materia corrotta.

Adagiato sul selciato come un reperto ritrovato, un volto scultoreo emerge dalla pietra scura con la stessa apparizione lunare che il titolo suggerisce: metà nel buio, metà rischiarata da un pallore metallico e madreperlaceo. Dalla tempia si dipartono spirali di metallo attorcigliato, come capelli impazziti o antenne captanti, che ancorano l’opera a un immaginario sospeso tra l’arcaico e il meccanico. L’immagine documenta la bellezza nella rovina, trasformando il frammento scultoreo abbandonato in un potente simbolo di memoria e transitorietà.

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