La scelta del materiale è già un atto critico. Ernesto Lamagna plasma Napoli milionaria in resina bianca, superficie che nella sua candore apparente nasconde la complessità del reale attraverso un collage di giornali incorporato nella struttura stessa dell’opera. I frammenti di carta stampata non sono decorazione: sono sostanza, memoria accumulata, il sedimento di una città che ha fatto della sopravvivenza quotidiana la sua forma d’arte più autentica. La resina fissa ciò che il tempo consuma, trasformando l’effimero — la pagina di giornale, il giorno che passa — in permanenza scultorea.
Il riferimento a Eduardo De Filippo non è tributo nostalgico ma confronto generazionale tra linguaggi. Come il drammaturgo aveva fatto del dialetto napoletano strumento di indagine antropologica universale, Lamagna traduce quella stessa tensione nel volume e nella materia. La frase ‘a da passà ‘a nuttata, pronunciata da Gennaro Jovine nel momento più buio della commedia, risuona nell’opera come sottotesto visivo: la scultura è essa stessa una notte che aspetta l’alba, una forma sospesa tra il peso del passato e l’apertura al futuro. La scelta della resina bianca — colore della resa e della speranza insieme — amplifica questa ambivalenza semantica.
Nel contesto dell’opera complessiva di Lamagna, Napoli milionaria occupa un posto peculiare: lontana dalla spiritualità sacra che caratterizza gran parte della sua produzione, si confronta con una sacralità laica, quella della dignità popolare e della memoria collettiva urbana. L’opera dialoga con quella tradizione della scultura italiana del secondo Novecento che ha saputo interrogare i materiali non nobili come linguaggio critico — dalla pittura industriale di Burri alla povertà scelta dall’Arte Povera — pur restando radicata in una figuratività che Lamagna non abbandona mai, perché in essa abita la possibilità del racconto.

