Confrontarsi con Giacomo Manzù significa misurarsi con uno dei momenti più alti della scultura italiana del Novecento. Manzù aveva saputo portare nel bronzo una dolcezza formale rara, una capacità di semplificare i volumi fino all’essenziale senza mai perdere la densità emotiva della figura umana. Le sue silhouette cardinalizie, i suoi atleti, le sue Madonne in bronzo verde costituiscono un vocabolario riconoscibilissimo, fatto di superfici lisce che sembrano prendere luce dall’interno. In Omaggio a Manzù, Lamagna entra in questo territorio con il rispetto di chi riconosce un debito e con la libertà di chi ha già trovato una propria voce.
Il bronzo scelto da Lamagna è lo stesso materiale che aveva definito Manzù, e questo non è casuale. C’è una continuità materica che è anche continuità culturale: la scultura italiana cattolica del secondo Novecento ha trovato nel bronzo il suo medium privilegiato, capace di durare nel tempo liturgico, di accogliere la patina degli anni come le chiese accolgono le generazioni. Ma Lamagna non leviga il bronzo con la stessa dolcezza manzùiana: lo incide, lo corruga, lascia sulla superficie i segni del processo creativo, quasi a ricordare che l’atto dello scolpire è esso stesso un atto di preghiera imperfetta, umana, necessariamente incompleta.
Nell’economia della produzione di Lamagna, Omaggio a Manzù è un’opera-snodo che rivela la consapevolezza storica dell’artista: la sua scultura non nasce nel vuoto ma si inserisce in una tradizione precisa, quella della plastica italiana che da Rodin in poi ha inteso la materia come luogo di incontro tra visibile e invisibile. Manzù ha rappresentato uno dei vertici italiani di quella tradizione; Lamagna ne raccoglie l’eredità portandola dentro le istanze del presente, dove la figura umana e il sacro continuano a essere interrogati con strumenti antichi e sguardi nuovi.

