Autoritratto

Quest'”Autoritratto” si colloca tra le prove più radicalmente sperimentali della grafica di Lamagna, con un procedimento tecnico che sembra combinare monotipo e disegno a china su una superficie bianca lasciata ampiamente respirare. Il volto, costruito attraverso un tratteggio febbrile e ripetuto — linee che si accavallano, si ritraggono, tornano sullo stesso segno più volte senza mai risolversi in un contorno chiuso e definitivo — restituisce l’immagine di un’identità che si cerca più che si afferma, un profilo che l’artista sembra tracciare e ritracciare nel tentativo, mai del tutto compiuto, di fissare la propria fisionomia sulla carta.

Questa incertezza del segno, lungi dall’essere un limite, diventa qui la cifra stessa dell’autoritratto: a differenza della sicurezza figurativa che caratterizza molti dei ritratti clowneschi o sacri dell’artista, qui il volto — lo stesso Lamagna — si presenta come un’immagine in divenire, mai completamente risolta, quasi a suggerire che la conoscenza di sé sia un processo continuo, mai concluso, fatto di tentativi e correzioni sovrapposte più che di una verità fissata una volta per tutte.

Le macchie arancioni, disseminate con apparente casualità sul volto e nell’angolo superiore del foglio, introducono una nota cromatica che stride deliberatamente con il bianco e nero dominante della composizione: potrebbero leggersi come schizzi accidentali del processo creativo, tracce fisiche del gesto pittorico lasciate volutamente visibili, o come segni che alludono a una ferita, a un’imperfezione, a un che di organico e vitale che irrompe nella purezza grafica del disegno.

La massa nera che invade il lato destro della composizione, densa e materica in netto contrasto con la leggerezza quasi evanescente del tratteggio che costruisce il volto, funziona come presenza minacciosa o come semplice controcanto tonale — un’ombra che avanza, che rischia di inghiottire l’immagine appena abbozzata, quasi a rappresentare visivamente l’incombere del tempo, dell’oscurità, o più semplicemente della materia pittorica stessa che rischia sempre di sopraffare la fragilità del segno.

In questo autoritratto Lamagna rinuncia alla solidità costruttiva e alla ricchezza materica di gran parte della sua produzione per esporsi in una forma più nuda e incerta, quasi confessionale: non l’immagine risolta e definitiva di sé, ma il processo stesso, interrotto e ripreso, di un volto che fatica a emergere dal bianco della pagina — un’onestà tecnica che diventa, in fondo, anche onestà esistenziale.

L’approccio compositivo rivela un interesse per l’equilibrio tra controllo tecnico e spontaneità gestuale, tipico della ricerca grafica contemporanea. Le zone di maggiore densità grafica si concentrano nella parte destra e inferiore della composizione, mentre il settore sinistro presenta un trattamento più lineare e aperto. Questa asimmetria studiata crea una tensione dinamica che mantiene attivo lo sguardo dello spettatore. L’opera si inserisce nel solco della tradizione dell’astrazione segnica italiana, dove il processo di creazione diventa parte integrante del significato finale, rivelando la fisicità del gesto artistico e la materialità dei mezzi espressivi impiegati.

Un volto emerge appena dal foglio bianco, tracciato con uno scarabocchio nervoso di linee sovrapposte che costruiscono i tratti senza mai fissarli in un contorno definitivo. Macchie arancioni, sparse come schizzi casuali, punteggiano il profilo mentre a destra una massa nera densa e materica invade la composizione, quasi un’ombra che avanza sul volto appena abbozzato. Gli accenti cromatici arancioni fungono da punctum visivo, interrompendo la monocromia dominante e guidando lo sguardo attraverso la composizione. L’insieme trasmette un senso di movimento spontaneo e di ricerca materica, tipica della sperimentazione grafica contemporanea.

Titolo operaAutoritrattoAnno2009LuogoZurigo, SvizzeraShare
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