Circense

In questa variante di “Circense” Lamagna introduce un elemento che rimane piuttosto isolato nella sua produzione clownesca: la parola scritta, integrata nella superficie pittorica come reperto, come documento ritrovato. Due tasselli di scrittura — uno inserito in un riquadro scuro in alto a destra, su un supporto che imita l’ingiallimento di una carta antica, l’altro ricavato direttamente nella materia rossa del mantello, in basso a sinistra — punteggiano la composizione di un testo manoscritto, nervoso, quasi votivo nel tono, che evoca l’invocazione di un pane quotidiano: un’eco, sia pure liberamente reinterpretata, della supplica della preghiera cristiana.

Questa scelta compositiva sposta il registro dell’opera dal ritratto psicologico all’iscrizione devozionale, avvicinando il pagliaccio — figura che nell’intera serie oscilla tra maschera sociale e condizione esistenziale — a un’immagine quasi di santo dolente, di icona sofferente cui la scrittura conferisce voce diretta. Il volto, costruito con la consueta grammatica cromatica di bianco cereo, ombre blu e il cerchio rosso sulla guancia già visto in altre opere della serie, assume qui un’espressione ancora più raccolta: l’occhio chiuso, il capo reclinato, la bocca appena segnata, tutto concorre a un’immagine di supplica silenziosa più che di performance.

Formalmente, l’inserimento dei due riquadri di scrittura — trattati quasi come collage, con bordi consumati e una texture che imita la carta invecchiata — introduce nella superficie pittorica una frammentazione ulteriore, un discontinuo che spezza l’unità cromatica rosso-nero dominante nel resto della serie. Ne risulta un’opera più stratificata anche concettualmente: il pagliaccio non è più soltanto immagine, ma anche testo, non solo corpo dipinto ma anche voce trascritta — un’invocazione di sostentamento, di pane quotidiano, che trasforma la maschera clownesca in figura di povertà e di bisogno, avvicinandola per associazione alla tradizione iconografica del mendicante o del penitente più che a quella del giullare di corte.

L’opera si inscrive in una tradizione figurativa che indaga la condizione umana attraverso la metafora circense, dove la maschera del divertimento nasconde profonde inquietudini. La matericità pittorica e la palette ridotta ma intensa conferiscono all’opera una presenza fisica coinvolgente.

Lo stesso volto pagliaccesco di Lamagna, ma qui la pittura si fa anche parola: due frammenti di scrittura manoscritta, incollati come brandelli di carta antica sul fondo nero e sul mantello rosso, trasformano il dipinto in una sorta di ex voto o preghiera laica. Il pagliaccio, occhio chiuso e sguardo reclinato, sembra recitare un’invocazione più che una battuta.

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