Circense

“Circense” porta a compimento, con una radicalità che nella serie dei pagliacci di Lamagna non ha eguali, il tema della morte che accompagna la maschera. Il memento mori qui non è metafora velata ma presenza fisica, iconograficamente esplicita: il teschio, reso con un modellato quasi fotografico nella sua bruna, terrosa consistenza, occupa l’angolo sinistro della composizione con una prossimità che non lascia spazio all’ambiguità. Non è un simbolo evocato, è un compagno di scena, quasi un doppio che ha già attraversato ciò che il pagliaccio vivo sta ancora attraversando.

Il gesto della mano — sollevata a coprire gli occhi, le dita aperte e tese in un’espressione di corpo che vale più di qualsiasi lineamento del viso — è la vera invenzione drammaturgica dell’opera. Diversamente dal Vecchio pagliaccio, dove il grido si consumava a bocca aperta, qui il dolore si ritrae, si nasconde, quasi per pudore o per l’insostenibilità di guardare ciò che gli sta accanto. Solo la bocca, rossa e socchiusa sotto le dita, resta visibile a tradire un’emozione che il resto del volto ha scelto di occultare.

Cromaticamente, l’opera lavora sul consueto vocabolario lamagnano — il rosso denso e materico del costume contro il nero assoluto del fondo — ma qui la tavolozza si arricchisce di una nuova componente: il bruno cadaverico del teschio, che introduce una terza temperatura cromatica capace di raffreddare l’incandescenza del rosso e di ancorare l’opera a un registro più cupamente meditativo. La pennellata sul volto del pagliaccio, striata di grigi e di bianchi sporchi, sembra già anticipare quella condizione ossea che il teschio accanto rende manifesta: la carne che si prepara, senza saperlo, a farsi ricordo.

In “Circense” il circo smette di essere metafora della finzione sociale per farsi teatro della condizione mortale: la maschera del pagliaccio, che nelle altre opere della serie nasconde stanchezza, malinconia, fragilità, qui si confronta apertamente con il proprio destino ultimo, in un dialogo muto tra chi recita ancora e chi ha già smesso di farlo.

L’atmosfera generale dell’opera è pervasa da un senso di malinconia esistenziale tipica dell’espressionismo contemporaneo. Lamagna non si limita a rappresentare un clown triste, ma indaga le profondità dell’animo umano, utilizzando questa figura archetica per esplorare temi universali come l’alienazione, la doppiezza e la fragilità dell’identità.

Una mano copre il volto in un gesto di vergogna, dolore o rifiuto, mentre alle spalle del pagliaccio un teschio emerge dal buio come una presenza già presente da sempre. La vita e la morte condividono la stessa scena, lo stesso respiro, esplorando il tema della maschera sociale e della solitudine esistenziale.

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