“Il Papa nero” segna, nel percorso scultoreo di Lamagna già incontrato in opere come “Luna” e “Angelo del mare”, un nuovo affondo nella materia come sostanza espressiva primaria: qui la figura è costruita per un mantello che occupa la quasi totalità della massa scultorea, una superficie scabra e vulcanica, corrugata di crepe e protuberanze che ricordano tanto la corteccia bruciata quanto la lava raffreddata — una materia che sembra portare essa stessa i segni di un processo di consunzione o di combustione, coerente con quel nero assoluto che dà il titolo all’opera.
Il titolo, con il suo riferimento al leggendario “papa nero” — figura che nell’immaginario popolare e in certa letteratura cospirazionista designa il Superiore Generale dei Gesuiti, potere occulto e ombra dietro il potere visibile della Chiesa — carica l’opera di un’ambiguità semantica potente: non un pontefice storico, ma un’incarnazione simbolica del potere ecclesiastico nella sua dimensione più oscura, meno trasparente, quasi demoniaca. La mitria, resa con la consueta forma piramidale ma qui totalmente scura e consumata, perde ogni connotazione di sfarzo liturgico per farsi quasi cappuccio, quasi maschera di un rito segreto.
Il volto, unico elemento in cui la materia si fa carne riconoscibile, concentra tutta la tensione espressiva dell’opera: l’occhio bianco, sbarrato e quasi luminescente contro il buio circostante, introduce una nota di allucinazione o di visione — uno sguardo che potrebbe essere cieco, posseduto, o semplicemente attonito di fronte a qualcosa di terribile — mentre la bocca socchiusa, con denti radi appena percepibili, sospende l’espressione tra il sussurro di una formula sacra e il ringhio silenzioso di una minaccia.
Le mani, incrociate sul petto in un gesto che nella tradizione iconografica ecclesiastica indicherebbe raccoglimento e preghiera, qui — modellate con dita scarne e artigliate, quasi rapaci — si caricano di un’ambivalenza inquietante, sospese tra la devozione e l’afferramento, tra il gesto liturgico e quello predatorio.
Con quest’opera Lamagna estende la propria riflessione sul potere della maschera e del travestimento — già esplorata nel registro del circo e di Pulcinella — al territorio più rischioso e carico di implicazioni del potere religioso istituzionale, costruendo un’immagine che, nella sua monumentalità scura e nella sua ambiguità simbolica, funziona insieme come critica e come apparizione, come denuncia e come icona di un timore ancestrale verso ciò che si nasconde dietro l’autorità sacra.
La tecnica di Lamagna enfatizza la dimensione processuale e temporale della materia. Le stratificazioni superficiali non sono semplice decorazione, ma parte integrante del linguaggio scultoreo, evocando cicli di costruzione e distruzione, formazione e disfacimento. L’opera dialoga con tradizioni scultoree che spaziano dalle figure votive arcaiche alle sperimentazioni informali contemporanee, creando una presenza che appare simultaneamente antica e attuale, fragile e monumentale.

