“Morte a cavallo” attinge a un’iconografia antichissima e universale — il Cavaliere della Morte, presente dall’Apocalisse fino a Dürer, dalla danza macabra medievale al Quarto Cavaliere — e la traduce nel linguaggio grafico-materico che Lamagna ha già sperimentato in “Nella notte”: pastelli e carboncino su un fondo bruno-ocra che imita la patina del tempo, la pergamena consumata, quasi a suggerire che l’immagine stessa provenga da un tempo remoto, sedimentato.
Lo scheletro, reso con un tratto bianco sottile e nervoso che ne definisce le ossa senza mai appesantirle in un contorno chiuso, mantiene una leggerezza quasi calligrafica che contrasta efficacemente con la massa scura e compatta del cavallo, costruito invece per campiture di carboncino dense e ombrose. Questo squilibrio tonale tra i due protagonisti — la Morte quasi eterea, il cavallo quasi tutto materia — inverte curiosamente le attese iconografiche: normalmente è la Morte a incarnare il vuoto e l’assenza, mentre qui è la sua cavalcatura a farsi corpo oscuro e pesante, mentre lo scheletro sembra fatto di sola luce residua, di segno più che di sostanza.
Il gesto della falce, sollevata in un arco ampio sopra la testa della figura, e la mano libera alzata in un cenno che pare insieme minaccia e richiamo, costruiscono una dinamica fortemente teatrale, quasi cinematografica nella sua sospensione — la Morte colta nell’attimo prima del colpo, non nell’atto compiuto. Le gambe del cavallo, disegnate con un tratto rapido e scomposto che ne moltiplica quasi le zampe in un effetto di movimento mosso, rafforzano ulteriormente questa sensazione di velocità imminente, di un galoppo che sta per travolgere lo spazio del foglio.
Il fondo screziato, lavorato con velature di bruno e ocra che si addensano in nuvole più scure verso i margini, elimina ogni riferimento paesaggistico esplicito, isolando la scena in uno spazio atemporale e universale — non un luogo ma una condizione, non un momento storico ma un’eventualità sempre presente, sempre incombente. In quest’opera Lamagna dimostra come il tema più codificato dell’iconografia occidentale possa ancora generare urgenza visiva quando filtrato attraverso un segno personale, capace di restituire alla Morte cavaliera non la solennità marmorea dell’allegoria, ma la vibrazione nervosa di un’apparizione ancora in corso.

