Babette

Con “Babette” Lamagna abbandona il grido per il sussurro. Se il Vecchio pagliaccio si consumava nella violenza di una bocca spalancata contro il buio, qui la stessa iconografia del cappello a punta rosso — segno ricorrente nel vocabolario dell’artista, sospeso tra maschera clownesca e reminiscenza fiabesca — si piega a un registro completamente diverso: quello del ritratto psicologico, raccolto, quasi sottratto allo sguardo.

Il volto della figura, di tre quarti e leggermente chinato, è costruito con una morbidezza pittorica che si allontana dal materismo più aggressivo di altre opere: la pennellata si fa qui più levigata, più prossima alla tradizione ritrattistica, pur mantenendo quella libertà di segno — visibile nei riccioli sciolti dei capelli, nel disegno sommario dell’orecchio — che è cifra costante della mano di Lamagna. Il nero dello sfondo, uniforme e senza la materia grumosa che caratterizza altri fondali dell’artista, funziona qui come un velo che isola la figura, la sottrae al contesto, la consegna a una dimensione quasi onirica.

Cruciale, nella lettura dell’opera, è il ruolo della mano: posata sulla spalla nuda con dita allungate e innaturalmente pallide, punteggiate delle stesse macchie rosa che segnano il volto — quasi un eczema, o forse un trucco, o ancora un segno di fragilità fisica resa manifesta sulla pelle. Questo dettaglio, ambiguo e non risolto, introduce una nota perturbante che contraddice la dolcezza apparente del ritratto: le macchie sulla guancia e sulla mano si rispondono come una rima visiva, un motivo che Lamagna dissemina anche altrove nella sua produzione, e che qui suggerisce una vulnerabilità taciuta sotto la compostezza della posa.

Lo sguardo di Babette, in ombra sotto la fronte, evita ogni frontalità: guarda altrove, o dentro di sé, negando allo spettatore l’accesso diretto e trasformando il ritratto in un enigma trattenuto. Il rosso del cappello e del mantello, unica concessione al colore acceso in un impianto altrimenti dominato da toni caldi e terrosi, non brucia come nel Vecchio pagliaccio: qui cova, si fa presenza discreta ma insistente, come un’eco lontana di quel mondo circense che nella pittura di Lamagna non è mai soltanto spettacolo, ma sempre e comunque condizione umana.

La tecnica pittorica rivela un approccio stratificato, con passaggi che alternano zone di maggiore definizione ad altre più sfumate e atmosferiche. Il fondo grigio-verdastro, steso con pennellate ampie e fluide, crea un’ambientazione indefinita che isola la figura e ne accentua la presenza enigmatica. L’illuminazione diffusa, priva di una fonte precisa, avvolge il soggetto in una dimensione sospesa, fuori dal tempo. L’intera composizione trasuda una malinconia sottile, un’inquietudine trattenuta che si manifesta nell’espressione del volto e nella gestualità delle mani.

Quest’opera di Ernesto Lamagna raffigura un ritratto femminile di intensa carica emotiva, immerso in un’atmosfera crepuscolare. Un volto giovane emerge dal nero con la delicatezza sospesa di un pensiero interrotto. Lo sguardo di Babette, obliquo e assorto, non cerca chi guarda; la mano posata sulla spalla, chiazzata di rosa come la guancia, sembra trattenere più che sfiorare. Il berretto rosso, unica nota accesa insieme al mantello, richiama e insieme allontana il mondo del pagliaccio, qui piegato a un registro intimo e sommesso.

Titolo operaBabetteMaterialeAcrilico ed olio su telaShare

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