Croce astile

Con questa “Croce astile” Lamagna si confronta con uno dei temi più codificati e antichi dell’arte sacra occidentale, la crocifissione, ma lo fa attraverso una torsione formale che ne sovverte radicalmente la resa tradizionale. Il corpo del Cristo non è appeso a una croce di legno geometricamente definita, ma sembra esso stesso trasformarsi, nella parte superiore, in un albero spoglio: le braccia si sfrangiano in diramazioni nodose e contorte, quasi rami secchi, in una fusione tra figura umana e materia vegetale che rimanda a un immaginario ancestrale, pre-cristiano, dell’albero della vita o dell’albero cosmico, innestato qui sul tema della passione.

Questa ibridazione — il corpo che si fa legno, la carne che si fa corteccia — trova un potente contrappunto materico nella superficie scultorea: la doratura restituisce al tempo stesso la preziosità dell’oggetto liturgico e la sua consunzione, la sua fragilità quasi organica, come se il metallo prezioso fosse esso stesso soggetto a un processo di decomposizione e rinascita. Le fasce che avvolgono i fianchi, rese con un panneggio franto e discontinuo più vicino alla corteccia scorticata che al tessuto, proseguono questa ambiguità tra corpo e materia vegetale-minerale.

Il basamento, costituito da un ammasso di forme tondeggianti che evocano insieme teschi e pietre — il Golgota, il “luogo del cranio”, reso qui non come sfondo narrativo ma come sostanza fisica su cui la figura stessa poggia e da cui sembra quasi germinare — chiude circolarmente il percorso simbolico dell’opera: dalla morte, letteralmente calpestata e insieme radice, cresce il corpo sofferente che si protende verso l’alto in un gesto che non è più soltanto abbandono ma anche, nel braccio teso e nella mano che sembra indicare o benedire, promessa e resurrezione.

In questa “Croce astile” — destinata, come da tradizione, a essere portata in processione issata su un’asta, dunque a muoversi essa stessa nello spazio liturgico anziché restare fissa su un altare — Lamagna dimostra una capacità di reinterpretazione dell’iconografia sacra che, senza tradire la sua funzione devozionale, la carica di una tensione formale ed espressiva pienamente coerente con il resto della sua ricerca: il corpo sofferente, la materia consumata, la vulnerabilità fisica come luogo di rivelazione, temi che attraversano tanto le sue croci quanto i suoi pagliacci, in un’unica, coerente meditazione sulla condizione umana.

Un corpo scarnificato si protende verso l’alto, con le braccia che si sfrangiano in rami nodosi. Il gesto della mano destra, tesa e puntata verso l’alto, sembra insieme invocazione e indicazione. L’opera di Ernesto Lamagna presenta una scultura di straordinaria potenza espressiva.

MaterialeArgento a cera persaCommittenteSanta Sede, Città del VaticanoLuogoMusei Vaticani, Roma, Città del VaticanoShare

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