“Sogno di potere su cavallino a dondolo” costruisce il proprio significato su un accostamento che, più che denunciare un’illusione, sembra voler illuminare un meccanismo psicologico: il gesto epico e marziale della spada levata al cielo è qui affidato non a un guerriero reale su un cavallo vero, ma a una piccola figura clownesca issata su un giocattolo d’infanzia. Il titolo stesso, con quella preposizione che lega inscindibilmente il “sogno di potere” al “cavallino a dondolo”, non oppone i due termini come inganno e realtà, ma li fonde: il potere non smaschera se stesso attraverso il giocattolo, si rivela essere, nella sua sostanza più profonda, sempre stato un gioco.
Questa lettura sposta il fuoco dell’opera dalla satira sociale — il potente ridicolizzato, l’ambizione vana — a una riflessione più ampia e meno consolatoria sulla natura stessa dell’impulso al dominio: non un vizio circoscritto a pochi individui smascherabili, ma una pulsione ludica e infantile che attraversa chiunque brandisca un’arma, reale o simbolica, con quella stessa serietà assoluta e priva di distanza critica che caratterizza il gioco dei bambini, capaci di vivere la battaglia immaginaria con un’intensità emotiva identica a quella reale.
Il corpo del pagliaccio, reso in un bronzo dalla superficie scura e vibrante, mantiene la nudità e la fisicità corporea che caratterizza altre figure clownesche dell’artista, mentre il volto, con gli occhi spalancati e un’espressione che pare insieme grido di battaglia e ghigno grottesco, riprende quell’ambiguità tra il comico e il feroce già esplorata in opere come “Circense su monociclo” — qui però la ferocia non è mai realmente minacciosa, resta sempre contenuta nella cornice del gioco, proprio come il dondolio del cavallo non porta la figura da nessuna parte reale, pur senza per questo svuotare di intensità il gesto compiuto.
Il cavallino a dondolo, costruito con un linguaggio scultoreo del tutto diverso rispetto alla figura che lo cavalca — legno e ferro grezzo contro il bronzo modellato e levigato del corpo umano — introduce un contrasto materico che, in questa chiave di lettura, non ridicolizza la figura ma la colloca correttamente nella sua dimensione più autentica: quella di un moto oscillante, ripetitivo, chiuso in se stesso, che è forse la miglior metafora non dell’impotenza del potere ma della sua natura essenzialmente autoreferenziale — un movimento che si esaurisce nel proprio slancio, senza reale necessità di una direzione o di una meta.
“Sogno di potere su cavallino a dondolo” costruisce il proprio significato interamente sul cortocircuito dichiarato dal titolo: l’ambizione di dominio, il gesto epico e marziale della spada levata al cielo, sono qui affidati a una piccola figura clownesca issata su un giocattolo d’infanzia con un’estetica volutamente povera e artigianale, fatta di assi di legno scuro e struttura metallica a vista, ben lontana da ogni monumentalità equestre.
Questo scarto dimensionale e materico tra il gesto rappresentato — la spada, simbolo per eccellenza del potere marziale e della conquista — e il supporto reale su cui la figura si regge, costituisce il nucleo dell’opera: Lamagna sembra qui commentare la natura illusoria e infantile di ogni ambizione di potere, ridotta nella sostanza a un gioco da bambini.
IIl cavallino a dondolo, costruito con un linguaggio scultoreo del tutto diverso rispetto alla figura che lo cavalca — legno e ferro grezzo contro il bronzo modellato e levigato del corpo umano — introduce un contrasto materico che rafforza ulteriormente la dimensione ironica dell’insieme: non un cavallo di battaglia nobile e vivo, ma un oggetto meccanico, ripetitivo nel suo moto oscillante e privo di ogni reale capacità di movimento nello spazio, perfetta metafora del potere che si esercita senza mai realmente avanzare.

