“Transex” affronta con un’intensità espressiva non dissimile da quella di “Circense pazza” il tema del ritratto psicologico portato all’estremo, qui declinato però su un soggetto specifico e dichiarato fin dal titolo: l’identità transessuale, resa non attraverso simboli o allusioni ma attraverso la costruzione stessa del volto, in cui Lamagna sovrappone e confonde deliberatamente i codici visivi convenzionalmente associati al maschile e al femminile — la struttura ossea del viso, marcata e angolosa, convive con il fiore tra i capelli, l’orecchino dorato, il tocco di rossetto sulle labbra socchiuse.
L’espressione — bocca spalancata, occhi sbarrati in un misto di sorpresa, spavento o estasi — riprende quel repertorio di volti in grido o in trance già esplorato dall’artista in altre opere, ma qui l’urlo o lo stupore sembra caricarsi di una valenza più specifica: potrebbe leggersi come il momento di una rivelazione, di un’esposizione, di uno sguardo altrui percepito e subito nell’istante stesso della sua formulazione — la condizione di chi vive costantemente sotto il peso di un giudizio sociale non richiesto.
Il fondo, diviso tra una metà scura e una rossastra che avvolge il lato destro della figura, riprende il consueto vocabolario cromatico lamagnano già visto in “Circense pazza”, ma qui il rosso appare meno legato alla violenza fisica — non c’è sangue, non c’è ferita esplicita — e più prossimo a una temperatura emotiva di esposizione e vulnerabilità, quasi un rossore esteso all’intera atmosfera del dipinto. Le spalle nude, rese con una pennellata ampia e sfumata che lascia intravedere tracce di bianco quasi grezzo, contribuiscono a questa sensazione di nudità non solo fisica ma anche esistenziale.
Il fiore, unico elemento di colore puro e acceso in un impianto altrimenti dominato da bruni e rossi terrosi, funziona come simbolo tradizionale di femminilità portato quasi con urgenza, con un’insistenza che ne rivela la funzione dichiarativa più che meramente decorativa — un’affermazione di identità visibile, appuntata sul corpo come un vessillo. In quest’opera Lamagna dimostra ancora una volta la propria capacità di affrontare temi di marginalità e di sofferenza identitaria — già esplorata nella diversità fisica di “Circense nano” o nella fragilità psichica di “Circense pazza” — con uno sguardo che, pur nella sua drammaticità, restituisce dignità e complessità umana al soggetto rappresentato, senza mai scadere nella caricatura o nel giudizio.
La palette cromatica gioca un ruolo fondamentale nella costruzione dell’atmosfera emotiva del dipinto. I toni caldi dominano la composizione: il rosso-arancio pervade lo sfondo sulla destra, mentre una massa scura e compatta occupa il lato sinistro, creando un forte contrasto luministico. L’incarnato del soggetto è reso attraverso una mescolanza di grigi, rosa e toni carnacei, con accentuazioni rosse sulle guance e sulle labbra. Questa scelta cromatica conferisce al ritratto un’aura febbrile e perturbante, amplificando la dimensione psicologica della rappresentazione.

