Il titolo di quest’opera riprende letteralmente l’incipit della poesia più nota e più tragicamente celebre di Cesare Pavese, scritta nei giorni immediatamente precedenti il suo suicidio nell’agosto del 1950: versi che identificano la morte con uno sguardo, con un volto amato reso infine presenza definitiva e senza ritorno. Lamagna, prendendo in prestito questa formula poetica per la propria scultura, dichiara fin dal titolo un’intenzione di dialogo esplicito tra le arti, e insieme colloca l’opera in una tradizione di riflessione sulla morte non come evento astratto ma come esperienza intima.
Un dettaglio, a un’osservazione più ravvicinata, si rivela cruciale per la lettura complessiva dell’opera: nella mano destra, distesa oltre il capo in quello che a prima vista poteva apparire un semplice gesto di abbandono, il corpo tiene — o forse sta lasciando cadere — una maschera. Questo elemento riporta immediatamente l’opera nell’orbita del tema più pervasivo e costante nell’intera ricerca di Lamagna, quello del volto mascherato che attraversa tanto i suoi pagliacci quanto le sue figure sacre e, come si è visto, anche “La bambola di pezza”. Ma qui la maschera non è indossata né sollevata sul viso: è deposta, separata definitivamente dal corpo, tenuta in una mano che si allontana dal capo reale — proprio nell’istante in cui quel capo, a occhi chiusi, si abbandona a un destino che il titolo identifica con la morte.
Questo gesto — la maschera lasciata cadere, o offerta, nel momento culminante dell’abbandono fisico — introduce una possibile chiave di lettura di grande potenza simbolica: è nella morte, o nell’estasi che a essa si sovrappone, che il travestimento sociale viene infine deposto, che l’identità fittizia si separa dal corpo reale. Se in altre opere di Lamagna la maschera protegge, cela, permette la sopravvivenza (si pensi al Pulcinella o ai pagliacci circensi), qui essa viene infine abbandonata, quasi restituita, nell’unico momento — quello della fine, o del piacere assoluto — in cui ogni finzione diventa superflua.
La posa del corpo, con le braccia rovesciate all’indietro sopra il capo, il bacino leggermente sollevato e ruotato, mantiene quella ambiguità tra abbandono funebre ed estasi fisica: la mano che regge la maschera, nella sua distensione verso l’alto, si integra in questo gesto complessivo di resa totale, aggiungendo alla sovrapposizione tra eros e morte già insita nel titolo pavesiano un’ulteriore dimensione, quella della verità che si rivela solo nell’attimo estremo — quando la maschera, qualunque essa sia stata in vita, non serve più.
Il supporto su cui il corpo riposa, costruito come una sorta di poltrona simbolica in metallo grezzo e arrugginito, a sua volta issata su un carrello, sottrae alla scena ogni retorica funebre o erotica convenzionale: non un letto, non un catafalco, ma un trono povero e mobile, quasi un dispositivo da esposizione o da trasporto, che accentua la vulnerabilità del corpo che sostiene e introduce, come in altre sculture dell’artista, un elemento di precarietà materiale e di spostabilità fisica — la morte, o l’estasi, portata con sé, non fissata in un luogo definitivo.
Nell’insieme, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” dimostra come Lamagna sappia costruire, a partire da una citazione letteraria carica di risonanze biografiche e tragiche, un’immagine scultorea che condensa alcuni dei temi più costanti della propria ricerca — la maschera, il corpo sofferente, la precarietà del supporto — in un’unica composizione dove eros, morte e verità dell’identità si rivelano, nell’istante estremo, inseparabili.

